A posteriori sembra tutto già scritto. Lionel Messi che in un pomeriggio qualunque del 2007 posa per un calendario Unicef e fa il bagnetto a un neonato del barrio di Rocafonda, quartiere multiculturale dell’area metropolitana di Barcellona, un neonato che si chiama Lamine Yamal. Lionel Messi che - con gli occhi del futuro - lo battezza, quel bebè, e coccolandolo gli trasmette i segreti del calcio, le regole di ingaggio più delicate per toccare il pallone col mancino. Lionel Messi che, superati i 39, a distanza di 19 anni se la ritroverà contro per la prima volta nella finale mondiale, quella piccola e paffuta creatura nel frattempo cresciuta, sbocciata fino a diventare stella.La ultima di Le, la prima del giovane catalano, l’eterno campione e il giovane apprendista, addirittura più precoce di lui. Una sfida tra epoche tutta targata Masia, il vivaio del Barcellona che dopo la generazione d’oro sembrava essersi inceppato per qualche anno e invece ha tirato fuori ancora una volta l’architrave della Roja, sfornando tutti insieme i Pedri e i Cubarsí (e un Gavi entrato nei 23 dopo un grave infortunio e poco usato), oltre al talento che veste la 19 - maglia che oggi corrisponde ai suoi anni, ma che è un omaggio al primo Messi in blaugrana - e che non può non condividere con il suo idolo la copertina dell’ultimo atto.Due percorsi agli antipodi, i loro, fin qui: mai al 100% Lamine Yamal, poco presente nei tabellini eppure fondamentale per dare ampiezza e pericolosità alla squadra; tirato a lucido, protagonista costante, metronomo ed eroe il Diez albiceleste, in un torneo commovente che ne ha consacrato lo status in maniera, questa sì, definitiva, anche se ancora nell’incertezza di come finirà. Domenica sera giocherà la sua terza finale mondiale - primo di sempre, a meno di cataclismi, a farlo da titolare ogni volta. Sarebbe sbagliato, però, ridurre tutto a loro due, perché Spagna e Argentina sono le due nazionali a essersi dimostrate più nettamente squadra e che più meritatamente, come collettivi, sono arrivate in fondo. Campioni d’Europa e bicampioni d’America (oltre che detentori del Mondiale), non a caso.Due meccanismi che Luis de la Fuente e Lionel Scaloni hanno costruito su principi diversi, su individualità e carismi differenti. Semplificando brutalmente, unito da un’idea di calcio il primo, unito dall’amore di un gruppo per un semidio il secondo. L’epitome del gioco posizionale le Furie Rosse, guidate da un allenatore federale che ha plasmato per anni prima le giovanili e poi la nazionale maggiore sulle stesse idee. In campo sono un organismo unico, fluido nei movimenti e nei rimpiazzi, che ha saputo adattarsi anche al cambio degli interpreti e della loro condizione: se a Euro 2024 erano più verticali con Lamine Yamal e Nico Williams al 100%, in questa edizione controllano di più il ritmo - ma quando si accendono basta un attimo, come sul 2-0 contro la Francia. Basta un niente anche all’Argentina, per la mistica attorno a Messi, fulcro tecnico ed emotivo di una squadra di scudieri che comunque, quando vuole, a pallone sa giocare eccome. Eppure, va ricordato, non era così: la camiseta albiceleste è stata per la Pulce un incubo per tutta la carriera, tra finali perse, fantasmi di Maradona e annunci di addii. Solo Scaloni ha saputo ridargli fiducia, costruendogli attorno una squadra che rema tutta dalla sua parte, con uno straordinario lavoro umano ancor prima che tecnico che ha dato vita a uno dei cicli più vincenti della storia del calcio mondiale. E domenica sera, a New York, l'allenatore argentino affronterà il suo maestro de la Fuente, colui che gli ha insegnato il mestiere durante il corso federale tenuto in Spagna. L’ennesimo intreccio di una finale, la seconda di sempre a essere tutta ispanofona, tra due Paesi legatissimi fra loro. Una storia di interscambi, di passaggi calcistici da una parte all’altra dell’Atlantico, che questa volta si trasformerà inevitabilmente in scontro. Sarà il cielo di New York, che di star se ne intende, a decidere su quale delle due 'camisetas' brillerà negli anni e nei secoli a venire la 'estrellà assegnata da questo Mondiale, a scegliere se essere teatro del più grandioso dei finali o del più fulminante degli inizi.