"Prevedo difficili discussioni", aveva detto da Parigi il presidente serbo, Aleksandar Vučić, prima di partire alla volta di Kiev, dove ha partecipato al quinto vertice Europa sudorientale-Ucraina con Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen. E così è stato. Il leader serbo, come nel 2025, è l'unico leader presente a non aver firmato la dichiarazione finale, che prevedeva nuove sanzioni alla Russia e un impegno per sistemi missilistici e altre opzioni militari per l'Ucraina.
"Lo sapete come la penso, no", è sbottato Vucic, un acrobata che da due anni in questi vertici sull'azione congiunta dei Balcani ha rinunciato a cercare di trascinare gli altri sulla fune da equilibrista sulla quale cammina a fatica da 13 anni, tesa fra l'amicizia storica con la Russia e l'aspirazione europeista, fra Oriente e Occidente.
Se lo aspettava, e non ha cambiato posizione. Ma quest'anno sul tavolo a Kiev Vucic si è trovato anche il rospo della 'wild card' ottenuta da Ucraina e Moldavia nella graduatoria d'ingresso europea, dove la Serbia, al momento al palo, era già preceduta da Montenegro e Albania. E questo invece l'ha ingoiato senza fiatare, precisando che "non diremo mai 'siete venuti dopo di noi e dovremmo essere noi avanti a voi'. L'Ucraina, la Moldavia e tutti gli altri cosiddetti Paesi lontani possono sempre contare sul sostegno della Serbia". E poi la promessa a Kiev di sostegno umanitario, economico e alla ricostruzione, i mea culpa sul 'potevamo fare di più'.







