Questa è la nuova puntata della newsletter “Il Capitale”: per iscriverti gratuitamente, clicca qui. Il padre della manifattura novecentesca - Henry Ford - diceva: “Se tutto sembra andare male, ricordati che gli aerei decollano controvento, non con il vento a favore”. Per la manifattura europea - quella italiana e tedesca in particolare - sono tempi orribili. Questa settimana l’amministratore delegato di Volskwagen Oliver Blume ha ammesso che di qui al 2030 il gruppo perderà centomila posti di lavoro. Ne aveva già concordati con i sindacati la metà: 35.000 entro il 2030 negli stabilimenti del marchio principale, altri 15.000 ad Audi e Porsche. Poi però Blume ha dovuto spiegare che occorre ridurre ulteriormente i costi, più alti dei concorrenti cinesi di almeno il 20 per cento. E così il conto è arrivato a centomila tagli, un sesto dell’intera forza lavoro, e tenuto conto degli stabilimenti tedeschi in Cina. Per la manifattura e tutto l’indotto dell’auto del Nord Italia - legato a doppio filo a quel che resta del settore in Europa - sono prospettive pessime. Oggi però non voglio parlarvi della crisi dell’auto, un settore sempre più schiacciato dalla transizione elettrica e dalla competizione non comprimibile coi marchi cinesi. L’industria manifatturiera europea è ormai minacciata in ogni settore, o quasi. L’Unione europea, che fatica persino a trovare un accordo per rivedere l’assurdo sistema dei certificati Ets, somiglia sempre più a un pugile suonato incapace di deglutire le medicine necessarie a guarire. I Ventisette si sono fatti spiegare da Mario Draghi ed Enrico Letta come si potrebbe fare, peccato i tempi dell’azione restino quelli di un elefante spiaggiato. In tempi come questi la speranza è in decolla controvento, non nelle ricette delle istituzioni. L’esempio più luminoso di quest’anno è al cento per cento italiano. Il primo luglio ha esordito al Nasdaq Bending Spoons, azienda nata a Milano per volontà di quattro amici, un ibrido tra un fondo di private equity e la software house. La strategia è stata tanto semplice quanto geniale: comprare aziende digitali al tramonto e ristrutturarle: Brightcove, il servizio video Vimeo, AOL, la piattaforma per la vendita di biglietti Eventbrite, per citare le trasformazioni riuscite meglio. La storia dei quattro ingegneri - Luca Ferrari, Matteo Danieli, Francesco Patarnello e Luca Querella - è di quelle che insegnano molto: iniziano a Copenaghen nel 2013, un anno dopo tornano a Milano, dodici anni dopo raccolgono sui mercati americani 1,68 miliardi di dollari. E non in un momento qualunque: il settore è attraversato da timori di ogni tipo, da Hormuz a quello di uno sboom dell’intelligenza artificiale. E dunque evviva chi prende il vento contro. Nella storia dell’impresa italiana di esempi ce ne sono tanti, alcuni hanno fatto il giro del mondo e sono diventati marchi globali. Ma non sono la normalità del sistema, solo le sue incredibili eccezioni. Uno studio contenuto nell’ultimo rapporto annuale dell’Inps - lo firmano Maria De Paola e Fabiano Schivardi - ha raccolto quasi cinquant’anni di buste paga italiane, dal 1975 al 2024. Ebbene, il quadro che ne esce è desolante: la crescita dei salari reali nel settore privato è passata dal tre per cento di fine anni Settanta allo zero della seconda metà degli anni Novanta. Quella curva è rimasta attorno allo zero per circa vent’anni, salvo andare in negativo durante lo choc inflazionistico post-Covid. Fin qui, tutto noto. L’aspetto interessante dello studio sono le ragioni alla base di questo baratro salariale: non l’assenza di competenze, non la burocrazia o un mercato del lavoro rigido, essenzialmente invece la scarsa produttività delle imprese. Molto sinteticamente: dallo studio emerge che se le imprese migliori si fossero ingrandite e avessero assunto personale da quelle meno efficienti, il salario medio degli italiani sarebbe aumentato. E invece no. L’ultimo - anche se spesso contestato - rapporto Doing Business della Banca Mondiale dice che l’Italia è ancora al 58esimo posto nell’indice che misura la semplicità nell’aprire un’azienda. La giustizia civile migliora ma resta lenta, le semplificazioni crescono ma non bastano, la criminalità al Sud è meno forte di un tempo ma ancora presente. Agli imprenditori italiani si possono concedere tutte le attenuanti possibili, resta il fatto che il sistema non dà segnali di cambiamento. Nove aziende su dieci hanno ancora dieci addetti, quelle che ne impiegano più di 250 sono meno dell’un per cento del totale. La spesa italiana in ricerca e sviluppo è all’1,4 per cento del Pil, contro il due per cento della media europea e il tre di quella dei Paesi Ocse. Bending Spoons è la mosca bianca in un sistema che innova e scommette poco. La politica può aprire meglio gli occhi, l’Europa si deve svegliare, ma occorrono anche imprenditori coraggiosi come i quattro amici di Bending Spoons. L’alternativa è la Spoon River dell’industria.