di
Beatrice Branca
Tre giorni prima dello sgombero il luogotenente Marco Piffari si era fatto leggere i tarocchi: aperta un'inchiesta sull'esposto dei parenti di una delle vittime
«È come se avessi un campanello d’allarme che suona dentro di me. Quando mi hanno descritto la situazione ho capito che questi sono pronti ad attenderci. Sono preparati, perché hanno già provato tre o quattro volte a sfrattarli e non ci sono riusciti». Il luogotenente Marco Piffari, morto a Castel d’Azzano (Verona) nell’esplosione del casolare dei fratelli Maria Luisa, Dino e Franco Ramponi, ci aveva visto lungo. Quelle parole le aveva pronunciate pochi giorni prima, l’11 ottobre 2025, a un’amica che gli aveva letto i tarocchi e alla quale aveva confidato le sue paure. Quel fatidico 14 ottobre, quando Maria Luisa ha innescato l’esplosione con un accendino, il luogotenente Piffari era a capo della Squadra operativa di supporto di Mestre, una delle unità speciali chiamate a intervenire per liberare l’immobile dei Ramponi.
L’inchiestaQuella conversazione, che rivela le preoccupazioni di Piffari sullo sfratto coatto del casale dei Ramponi la notte del 14 ottobre, è finita nell’inchiesta della Procura di Verona, chiusa all’inizio del mese. L’accusa per i tre fratelli è di strage, detenzione di esplosivi e resistenza e minaccia a pubblico ufficiale. Sono difesi dagli avvocati Alessandro Ballottin, Enrico Bastianello e Luciano Arcudi. Prima della conclusione delle indagini preliminari la famiglia del luogotenente, rappresentata dagli avvocati Davide Adami e Marco Libardi, aveva depositato un esposto in Procura per chiedere di chiarire alcune dinamiche dell’operazione, soprattutto dopo aver letto alcuni verbali allegati alla perizia medico-legale nei quali veniva riportato che, secondo Piffari, quell’operazione era stata sottovalutata e presentava alcune criticità. Nel frattempo è stato aperto un fascicolo di indagine senza indagati e ipotesi di reato.







