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Gianluca Mercuri

Prevedere quello che succederà è complicato, tra proclami di Trump e passi indietro: qualche punto a favore dell'ottimismo e qualche altro che lascia più spazio al pessimismo

Questo articolo è apparso sulla Rassegna, la newsletter che il Corriere riserva ai suoi abbonati. Per riceverla occorre iscriversi a Il Punto: lo si può fare qui. Cosa succederà adesso tra Stati Uniti e Iran? Le previsioni sui conflitti sono sempre complicate. In questo caso l'esercizio è reso ancora più arduo da una serie di circostanze senza precedenti:

si combatte per qualcosa – il controllo dello Stretto di Hormuz – che prima della guerra non era in discussione;la parte di gran lunga più forte ha sottovalutato quella più debole e oscilla, per bocca del suo leader, tra la «cancellazione della civiltà persiana» e «la prosperità per il grande popolo iraniano»; la parte più debole ha resistito all'attacco congiunto della massima superpotenza mondiale e della massima potenza regionale in un modo che ha sorpreso entrambe e, per quanto il costo sia stato altissimo - l'economia è allo stremo, con un'inflazione al 90% - rischia ora di sopravvalutare le proprie capacità e di innescare o favorire una nuova escalation.Che la situazione sia confusa e la sua interpretazione particolarmente ostica, lo conferma uno dei migliori specialisti in circolazione, Ali Vaez, che dirige l'Iran Project al think tank International Crisis Group. Nel giro di pochi giorni, questo quotato analista ha pubblicato due pezzi che possono lasciare interdetti per la contraddittorietà di ciò che sembrano affermare. Il primo, uscito due giorni fa su Foreign Affairs, ha questo titolo: «Lo strano momento di opportunità tra Stati Uniti e Iran - Come un conflitto in fase di stallo può aprire la strada alla pace». Il secondo, apparso oggi sul New York Times, si presenta in modo molto più secco e problematico: «Quella che si sta profilando è una guerra senza fine».Insomma, momento di opportunità o «forever war»? È probabile che Vaez, se fosse stato incaricato di titolare i suoi due articoli, avrebbe dato a entrambi un'impronta meno netta. Come pure è probabile che nel giro di due-tre giorni il nuovo, intenso scambio di colpi tra le due parti e, soprattutto, le parole di Trump - «Il cessate il fuoco è finito» – lo abbiano reso un po' più incline allo scetticismo. Di certo, gran parte della sua analisi resta quanto mai persuasiva e utile. Si può quindi provare a ricavarne qualche punto a favore dell'ottimismo e qualche altro che lascia più spazio al pessimismo. E dunque:5 motivi per credere che vincerà la diplomazia