Nei piani iniziali di Trump la decapitazione della leadership iraniana e l’inevitabile rapida resa dell’Iran che ne sarebbe conseguita rappresentava probabilmente un passo importante per conseguire con un solo abile colpo molteplici obiettivi. Da un punto di vista geopolitico, gli avrebbe consentito di rimodulare gli equilibri in Medio Oriente in favore degli Stati Uniti e di Israele. Un Iran non più ostile, senza potenziale nucleare e fortemente depotenziato, con i suoi alleati (Hezbollah, Hamas, Houthi) eliminati o ridotti al lumicino avrebbe consentito al presidente americano di stabilire una pax trumpiana in Medio Oriente.

Le vittime collaterali sarebbero stati i palestinesi a Gaza e nella Cisgiordania e il Libano. Ma pazienza: non si fa una frittata senza rompere alcune uova. Inoltre, il cambiamento di regime politico avrebbe allontanato l’Iran dalla Cina e rafforzato il potere negoziale di Trump alla vigilia del suo incontro con Xi Jinping: se quest’ultimo dispone del controllo delle terre rare come strumento di pressione nei confronti degli Stati Uniti, Trump, con lo spostamento di due importanti produttori di petrolio (Venezuela e Iran) nel campo USA, avrebbe potuto in modo simile disporre della carta del petrolio nei confronti della Cina. Infine, una rapida vittoria contro Teheran avrebbe consentito al presidente americano di avanzare nel suo progetto neoimperialista, con Cuba e, forse, la Groenlandia come nuovi obiettivi. L’aura di invincibilità che ne sarebbe conseguita avrebbe ben giustificato l’enorme Arco di Trionfo che Trump intende far costruire a Washington DC.