Donald Trump sotto assedio.
La sua base e il partito repubblicano chiedono al presidente una exit strategy dall'Iran: deve arrivare in tempi stretti altrimenti il rischio di una valanga democratica alle elezioni potrebbe realizzarsi. Al momento però come gli Stati Uniti si svincoleranno dal conflitto non è chiaro.
La guerra contro Teheran ha preso una piega imprevista rispetto alle idee iniziali dell'amministrazione, che prima aveva parlato di qualche giorno poi di quattro o cinque settimane. A più di dieci giorni dall'avvio dei bombardamenti, il regime iraniano resiste e l'Iran continua a rispondere agli attacchi americani, seminando panico in tutto il Medio Oriente e mandando in tilt il mercato petrolifero, alle prese con lo shock maggiore da decenni. Oltre all'evoluzione inattesa, per Trump sembra esserci il nodo Israele: in pubblico i due alleati mostrano un fronte compatto, ma dietro le quinte - secondo indiscrezioni - le tensioni stanno aumentando con Benjamin Netanyahu pronto ad andare avanti con la campagna fino al crollo del regime, e gli Stati Uniti più cauti e concentrati sui loro obiettivi militari, ovvero distruggere in via definitiva la capacità di Teheran di mettere le mani sull'arma nucleare. A confermare le tensioni è la richiesta americana a Israele - la prima da quando è iniziata la guerra - di fermare gli attacchi sulle infrastrutture energetiche iraniane. Il capo del Pentagono ha cercato di minimizzare: l'attacco israeliano al petrolio iraniano "non era necessariamente un nostro obiettivo. Ma non siamo tirati in nessuna direzione, siamo alla guida", ha detto Pete Hegseth prima di recitare il salmo 144 della Bibbia.










