L’amministrazione Trump, nonostante i continui pronunciamenti bellicosi, cerca vie d’uscita dalla guerra in Iran. L’obiettivo: una strategia che consenta di dichiarare missione compiuta senza protrarre troppo un conflitto che ha ora dimostrato di poter mettere a rischio economia e mercati americani e globali, e ipotecare lo stesso futuro di Donald Trump.
Epic Fury non è pubblicamente in discussione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth e fedelissimo del presidente, non a caso, ha rivendicato ieri dal Pentagono una nuova giornata record di bombardamenti contro l’Iran, promettendo che «non ci placheremo finchè il nemico non sarà totalmente sconfitto» e che ogni conclusione «avverrà nei tempi che decideremo e a nostra discrezione».
Ma lontano dai riflettori è esploso un intenso dibattito su come concludere l’operazione. La resa dei conti, dall’esito incerto quanto il conflitto, avviene dietro le quinte della Casa Bianca, tra i consiglieri di Trump preoccupati per le ripercussioni, soprattutto di spirali dei prezzi dell’energia, sulle elezioni di Midterm a novembre per il rinnovo del Congresso, dove una sconfitta repubblicana imbriglierebbe il presidente.
Il Wall Street Journal ha rivelato che privatamente collaboratori di Trump stanno incoraggiando «una rapida exit strategy». Anche se la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha risposto definendo tensioni e divisioni come «sciocchezze».







