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La guerra non è finita. Come poteva esserlo? Una regola della storia insegna che le guerre possono scoppiare all’improvviso, mentre concluderle è raramente un lavoro veloce. In questo caso forse il regime iraniano si è ingannato da solo, autocelebrando la propria vittoria sul Grande Satana americano, e l’eccesso di trionfalismo lo ha indotto all’imprudenza. D’altra parte il Deep State (Pentagono e dintorni) fatica ad accettare che l’instabilità umorale di un presidente trasformi un successo militare in una débâcle strategica.

Le prossime puntate sono ancora da scrivere. Tra i vari scenari, continua ad avere una certa verosimiglianza quello di un remake della prima Guerra del Golfo (1991). Quando Saddam Hussein invase il Kuwait, e George Bush padre decise l'intervento militare contro l'Irak, la liberazione del paese invaso doveva, secondo i falchi «neoconservatori», spianare la strada all'occupazione di Bagdad e al rovesciamento del regime. Non fu così. Però quella guerra non si chiuse con l'operazione-lampo iniziale. Per anni la U.S. Air Force impose una «no-fly zone» sull'Iraq, quindi i combattimenti - sporadici - continuarono molto a lungo. Di fatto la seconda Guerra del Golfo (Bush figlio, 2003) fu la continuazione della prima, senza che tra i due conflitti ci fosse una linea di demarcazione così netta come quella che rimane nella nostra memoria. Trump, dopo aver detto ogni male possibile dei due Bush e delle loro «guerre infinite», sta infilandosi in un tunnel simile? Se leggete l'analisi che segue, fino al quarto ed ultimo degli scenari contemplati, vedrete le somiglianze.Aaron MacLean, analista di sicurezza nazionale della CBS News, editorialista di The Free Press e autore del podcast School of War, propone una critica severa della strategia americana verso l'Iran. La sua tesi è che l'amministrazione Trump abbia costruito tutta la campagna militare e diplomatica su un'illusione: credere che il regime di Teheran avrebbe ceduto rapidamente dopo i bombardamenti, evitando così il vero nodo strategico della guerra, cioè il controllo dello Stretto di Hormuz.MacLean apre con una citazione di Winston Churchill del 1938. Di fronte all'espansionismo della Germania nazista, Churchill scriveva che la Gran Bretagna sembrava destinata a scegliere «la vergogna invece della guerra», salvo ritrovarsi poi costretta a combattere comunque, ma in condizioni peggiori. Secondo l'autore, lo stesso schema si è ripetuto oggi: Washington ha cercato di evitare il costo politico e militare di una lunga campagna nel Golfo Persico, finendo però per ritrovarsi esattamente in quella situazione, aggravata dagli errori iniziali.L'errore fondamentale, sostiene MacLean, è stato progettare l'operazione militare contro l'Iran senza predisporre un piano credibile per mantenere aperto lo Stretto. Era prevedibile che Teheran rispondesse cercando di bloccare quel corridoio marittimo. Eppure, secondo l'autore, la Casa Bianca ha scommesso che il regime iraniano sarebbe crollato tanto rapidamente da non avere nemmeno il tempo di mettere in atto questa contromossa.Nella visione più ottimistica dell'amministrazione americana, la campagna militare — denominata Operation Epic Fury — avrebbe dovuto produrre uno scenario simile a quello immaginato per il Venezuela: una rapida crisi del regime, l'emergere di nuovi dirigenti più pragmatici e un successivo accordo favorevole agli Stati Uniti.È successo il contrario. Tra marzo e aprile, l'Iran ha chiuso Hormuz a quasi tutto il traffico commerciale, consentendo però il passaggio delle proprie petroliere. MacLean considera incomprensibile la decisione americana di tollerare proprio questo traffico iraniano mentre il resto del commercio mondiale rimaneva paralizzato, nel tentativo di limitare gli effetti sui mercati energetici.A quel punto, racconta l'autore, la Casa Bianca ha cambiato strategia senza però modificare la premessa di fondo. Si è convinta che l'intensificazione dei bombardamenti americani e israeliani avrebbe costretto Teheran a cedere anche sul controllo dello Stretto. Quando ciò non è avvenuto, Trump ha irrigidito la propria retorica, arrivando perfino a minacciare la distruzione della «civiltà iraniana».Il successivo cessate il fuoco del 7 aprile viene descritto come l'inizio di una lunga finzione diplomatica. Trump annunciò che l'Iran aveva accettato di riaprire completamente Hormuz. Teheran precisò il contrario: avrebbe continuato a controllare il traffico navale e a decidere chi potesse attraversare il passaggio. I primi negoziati, ospitati a Islamabad, non riuscirono a risolvere questa divergenza fondamentale. Gli Stati Uniti reagirono imponendo un blocco navale ai porti iraniani, affiancandolo al blocco già imposto di fatto da Teheran sullo Stretto. Nel frattempo Washington tentò di lanciare il cosiddetto Project Freedom, un programma di scorte militari alle navi commerciali per garantire la libertà di navigazione. Anche questo progetto, secondo MacLean, fallì quasi subito. L'Arabia Saudita, ormai poco convinta della determinazione americana, rifiutò di sostenerlo apertamente. Alcune missioni di scorta continuarono in forma ridotta, ma il traffico commerciale non tornò mai ai livelli precedenti alla guerra.Con il passare delle settimane emersero nuovi problemi. Verso metà giugno, la Casa Bianca ricevette informazioni sempre più allarmanti sull'energia mondiale. I mercati si stavano avvicinando a una situazione critica. Nello stesso tempo gli Stati Uniti cominciavano a registrare una scarsità di munizioni, mentre Trump aveva promesso agli elettori una guerra breve e poco costosa. L'idea di tornare a una grande offensiva militare per riaprire Hormuz appariva sempre meno praticabile.Gli iraniani continuavano a rifiutare qualsiasi accordo che prevedesse una rinuncia effettiva al controllo dello Stretto. È qui che, secondo MacLean, si consuma il secondo grande autoinganno dell'amministrazione.Per mostrare progressi diplomatici e rassicurare i mercati, Washington presenta un nuovo memorandum d'intesa, negoziato sotto la supervisione del vicepresidente J.D. Vance, come se imponesse all'Iran la completa riapertura di Hormuz. Ma il testo dice altro.Le clausole principali sono volutamente ambigue. Affidano infatti all'Iran il compito di attuare le «necessarie disposizioni» per garantire il «passaggio sicuro delle navi commerciali», senza alcun pedaggio per sessanta giorni. Per MacLean, questa formulazione implica di fatto il riconoscimento dell'autorità iraniana sul traffico marittimo.I Guardiani della Rivoluzione interpretano il memorandum proprio in questo modo. Cominciano a sparare contro le navi che attraversano Hormuz senza avere l'autorizzazione delle autorità iraniane.Gli Stati Uniti reagiscono con una nuova serie di bombardamenti punitivi. Revocano le deroghe alle sanzioni che consentivano all'Iran di esportare il proprio petrolio. Quelle deroghe, insieme alla sospensione del blocco navale americano, erano la principale concessione offerta da Washington nel memorandum. Eliminandole, osserva MacLean, l'accordo rimane privo di valore.Lo stesso Trump, durante il vertice NATO di Ankara, dichiara che il memorandum «è finito». Secondo MacLean, gli Stati Uniti si trovano davanti a quattro possibili alternative.La prima consiste nel continuare la politica seguita finora: accordi ambigui, compromessi poco credibili e tentativi di rinviare il problema. È la soluzione più comoda politicamente, ma ha già dimostrato di produrre risultati minimi. Può soltanto guadagnare tempo.La seconda sarebbe accettare il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz. Ipotesi disastrosa sia per gli interessi americani sia per l'economia mondiale. È improbabile che Trump possa imboccare questa strada.La terza opzione sarebbe una guerra totale finalizzata al cambio di regime. Trump aveva lasciato intendere questa possibilità con le sue minacce di distruggere ponti, centrali elettriche e infrastrutture iraniane, ma non l'ha perseguita. Comporterebbe rischi enormi e, secondo MacLean, la Casa Bianca non mostra alcuna volontà di affrontarli.Rimane quindi una quarta possibilità, quella che l'autore considera la più realistica. Occorre riconoscere finalmente l'errore strategico originario: se si decide di entrare in guerra con l'Iran senza provocare il crollo del regime, bisogna mettere in conto una lunga campagna navale per proteggere il traffico nello Stretto di Hormuz. Project Freedom dovrebbe diventare una missione permanente. Gli Stati Uniti dovrebbero garantire per anni la scorta militare alle navi mercantili, sostenendone anche i costi assicurativi, mantenendo le sanzioni economiche contro Teheran e ripristinando il blocco navale americano. Non sarebbe una soluzione rapida né indolore. Comporterebbe anni di tensioni permanenti, nuovi combattimenti nello Stretto, attacchi iraniani contro interessi americani nella regione e inevitabili risposte militari di Washington. Tuttavia sarebbe l'unica politica coerente con la decisione di entrare in guerra. La conclusione riprende implicitamente il ragionamento di Churchill. Le guerre hanno un costo. L'errore della Casa Bianca è stato illudersi di poterlo evitare. Quel prezzo, prima o poi, dovrà comunque essere pagato. L'unica differenza è se affrontarlo fin dall'inizio con una strategia coerente oppure ritrovarsi costretti a sostenerlo più tardi, in condizioni molto peggiori.