Esiste anche nel calcio una sorta di scala Richter dell’urlo. L’urlo riunisce il tifo e lo identifica. L’urlo saluta la vittoria, assembla le sconfitte, prova a far rinascere la squadra del cuore, la smuove se è affaticata e lenta, la galvanizza se invece merita più di un plauso. Il problema è sorge quando l’urlo dagli spalti si trasferisce nella telecronaca e la parola, elevata negli acuti di voce, diviene figlio dell’esagitazione e non della preparazione. La Rai ha immesso da poco tempo nelle telecronache un urlatore dalla fama crescente: è Lele Adani, ieri incontrista volitivo sui campi di calcio e oggi opinionista della fashion tv. Impiega, come le motonavi da trasporto pesante, un sovraccarico di benzina. Adani infila troppi decibel, li sparge ovunque sul greto delle sue parole, spesso inutili, e gli effetti sgraziati delle sue bombe ad acqua portano in dote un di più di incompetenza, di saccenza, di presunzione.

Ieri Adani da telecronista è retrocesso a macchiettista, offrendo al più innocente passaggio filtrante, al cross teso in area, al tackle in scivolata, l’opera misericordiosa della Madonna di Guadalupe, per non dire l’anima del grande Diego, o la dimensione fantastica della “garra“, di quella capacità di scendere in campo con la voglia di portarti nelle tasche il pallone, di mangiare vivo il campo, figurarsi gli avversari. Temiamo che Adani, al di là delle ottime intenzioni, invece che avvicinare il telespettatore al calcio lo allontani, almeno in termine di centimetri, dal televisore. Gli auguriamo, almeno per la finalissima, di trovare una misura dell’urlo che soddisfi la logica delle cose, e giustifichi l’uso dei paroloni solo nell’urgenza di commentare un talento straordinario. Alberto Rimedio, il giornalista accoppiato all’urlatore e chiamato a raccontare la finalissima del Mondiale, trovi il coraggio di porre rimedio e di spiegare ad Adani che quando è troppo è troppo.