La domanda di energia per i data center è in crescita, ma può essere soddisfatta con energia rinnovabile, senza ricorrere né a nuove centrali fossili, né al nucleare. Le stime di crescita più elevate, infatti, riflettono in gran parte annunci di sviluppatori e non capacità effettivamente richiesta né realizzabile nel breve periodo. Per evitare che il tutto si trasformi in una bolla speculativa sia sul piano territoriale, sia su quello energetico, però, servono subito chiari standard ambientali, climatici, energetici e sociali. È questo il quadro tracciato dallo studio “Data center: quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche?” realizzato dall’Università di Padova, con il contributo liberale del Wwf Italia. Il report parte dall’analisi di tre possibili scenari sul fabbisogno energetico dei dati center del futuro e sul suo peso sui consumi totali a livello nazionale. A questi scenari si arriva analizzando alcune contraddizioni. Se il mercato italiano sta vivendo un forte boom grazie a investimenti massicci (Microsoft, Data4, Equinix), in particolare nella zona di Milano, solo i due terzi degli investimenti previsti sono stati realizzati. Allo stesso modo, è vero che il gestore della rete nazionale Terna sta ricevendo un numero esorbitante di richieste di connessione per nuovi data center e che la domanda elettrica è in crescita (3,9 TWh nel 2024, pari a circa l’1,3% dei consumi nazionali), ma le proiezioni degli scenari maggiori sono con tutta probabilità sovrastimate. Di fatto, negli ultimi anni si è allargato il gap tra richieste di connessione e quelle effettive. “I Data Center sono centrali per la competitività economica dell’Italia, ma non possono divenire il grimaldello con cui proporre infrastrutture” spiega Arturo Lorenzoni, curatore dello studio e docente all’Università di Padova.