di
Paolo Condò
È ormai più che diffusa la sensazione che Messi abbia superato Diego Maradona nel curriculum da puro giocatore. Era la prima volta che affrontava gli inglesi. Non se lo scorderanno mai
Il campionario di spallate, pugni e scappellotti che l’Argentina squaderna nei primi minuti è una lettera d’intenti che fissa subito il clima sporco della seconda semifinale: sarà una guerra di trincea, metro per metro contro l’odiata Inghilterra per intimidirne quel po’ di qualità in più che possiede, con la tacita speranza di indurre Bellingham — evidentemente il più temuto — al fallo di reazione. A ogni battibecco di gruppo qualcuno va a provocarlo, e l’arbitro imbelle lascia fare, inadeguato a questo livello di competizione.
Collina ieri ha rintuzzato le critiche di Deschamps al salvadoregno Barton, e con ragione; ma questo Elfath, un americano già visto zoppicare, è una designazione sbagliata. Senza una gestione ferma, una gara così importante e velenosa non può che risultare brutta, anche perché la stanchezza della settima partita è evidente in entrambe le squadre. Il gol che porta avanti gli inglesi è l’unica bella giocata in campo aperto da Rogers a Gordon, che sbuca alle spalle del distratto Molina: amnesia da matita rossa in una partita che vive sulla ricerca dell’errore assai più che su quella della prodezza.










