Ogni dittatura, prima o poi, dichiara guerra all’arte. Non all’arte sgradita: proprio all’arte in sé, perché teme la libertà che la rende possibile. Qualunque creazione artistica, se è tale, è sempre un atto di autonomia: sfugge al controllo del potere, costruisce una narrazione alternativa a ogni forma di ufficialità, sopravvive al suo autore e, spesso, anche ai regimi che tentano di cancellarla. Per questo, tutti i sistemi autoritari cercano di ridurre l’arte a propaganda. Prima si perseguitano gli oppositori, poi si mettono a tacere gli artisti, infine si riscrive la realtà. La censura non è solo la modalità di funzionamento materiale, ma è, in primo luogo, l’essenza spirituale di qualunque potere autoritario.
La Russia di Vladimir Putin lo dimostra con chiarezza. La guerra di aggressione contro l’Ucraina, la mattanza degli oppositori, la criminalizzazione del dissenso, la persecuzione delle persone Lgbti+, la repressione degli artisti indipendenti e la progressiva distruzione dello spazio pubblico non sono fenomeni distinti, ma manifestazioni di una stessa idea di Stato: uno Stato che pretende di decidere quali vite siano legittime, quali parole possano essere pronunciate e quali immagini possano essere mostrate, perché non tollera alcuna forma di vita, di parola o di immagine che non sia espressione del potere.







