Quando il gioco politico si fa duro, gli sguardi si rivolgono verso il Colle come se fosse un Olimpo abitato da Zeus. Salvo scoprire, quasi con rammarico, che Sergio Mattarella non è onnipotente e può intervenire soltanto se la Costituzione glielo richiede. Caso concreto: nel pasticciaccio delle preferenze, bocciate a voto segreto, il Capo dello Stato deve limitarsi a osservare. Da semplice spettatore. Sarà Giorgia Meloni, se lo riterrà opportuno, a fargli visita per informarlo delle prossime mosse; al Quirinale nessuno lo pretende, tantomeno se lo aspetta. Del resto la premier aveva ritenuto superfluo «riferire» (come si dice in gergo) dopo la batosta di marzo nel referendum sulla giustizia; temeva forse di apparire debole, di andare a Canossa; figurarsi se chiederà udienza stavolta, dopo un agguato di franchi tiratori che, comunque lo si giudichi, è meno grave di un verdetto popolare.

Se un bel giorno Meloni gettasse la spugna, ragionano sottovoce i consiglieri del Colle, in quel caso sarebbe diverso. Mattarella tornerebbe protagonista. Guarderebbe i numeri, tirerebbe le somme. Escluso che tenterebbe di mettere in piedi governi allo sbando o balneari giusto per guadagnare pochi mesi. E poi, sostenuti da chi? Nessuno si farebbe avanti. Tutto fa credere che, in caso di dimissioni della premier, andremmo di corsa alle urne senza aspettare la fine della legislatura. Però non siamo a quel punto, perlomeno non ancora. Se ne riparlerà all’inizio dell’anno nuovo. Prima Meloni vuole portare a casa la «sua» legge elettorale. Preferenze comprese. Anche attraverso prove di forza. Voti di fiducia. E lungo la strada potrebbe trovare sponde addirittura al palazzo della Consulta.