Ore 11.30 circa di oggi. Il destino di questa legislatura si giocherà nei pochi secondi che trascorreranno da quando i deputati premeranno il pulsante di fronte alla loro postazione alla Camera a quando il tabellone mostrerà il risultato finale sull’intero impianto della legge elettorale. Il voto sarà nuovamente segreto. Ma se dovesse finire allo stesso modo dell’altro ieri - la bocciatura dell’emendamento che avrebbe introdotto le quasi-preferenze per volere di Giorgia Meloni - questa volta l’epilogo sarebbe diverso. Gli emissari di Palazzo Chigi hanno chiarito che la crisi di governo sarà certa. Anche perché la maggioranza non potrebbe reggere l’impatto di un secondo atto di sfiducia in meno di 48 ore, tanto più su una riforma del sistema elettorale. Ieri Francesco Lollobrigida, ex cognato della premier, ministro dell’Agricoltura, uomo delle trattative di FdI, ha attraversato in lungo e in largo i corridoi della Camera e il Transatlantico. Fisso a confabulare come ai tempi in cui gestiva il partito da capogruppo, smanioso di scoprire chi sono i trentacinque franchi tiratori che hanno affossato la modifica su cui la premier aveva messo faccia. Poco dopo è lui a spiegare, a margine di un incontro con Confagricoltura, che la frattura potrà essere sopportabile fino a un certo punto. «Certo non è motivo di crisi un emendamento alla legge elettorale saltato. Ma se non saremo più in grado di portare avanti il nostro programma, allora sì che ci sottoporremo prima del tempo al volere degli elettori».
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