Ieri, durante l’omelia nella cattedrale di Palermo per la festa di Satana Rosalia, l’arcivescovo Corrado Lorefice ha citato i 387 operatori del call center ex Almaviva. «Come non pensare alla vertenza e ai giovani senza speranza di futuro, raggirati da lucratori venditori di dipendenze e di morte». Se il disastro sociale che sta per abbattersi sulla città siciliana è evidente da tempo, nella stessa situazione stanno altri territori dove l’impiego nei call center è grande parte dell’economia delle famiglie. Come la Sardegna, 3mila addetti, la Calabria, 5 mila, o la Campania dove sono 18 mila.

Trentacinquemila persone che si occupano dell’assistenza telefonica agli utenti, da quella commerciale a quella amministrativa (moltissime le donne) rischiano di perdere il lavoro a causa dell’intelligenza artificiale. Il settore, che dopo l’esplosione a metà anni ‘90 ha subito una prima crisi dovuta alle delocalizzazioni e conta adesso la metà degli addetti del 2010 (quando erano 75mila), è in una fase di profonda trasformazione dovuta all’uso sempre più massiccio di sistemi di automazione da parte delle aziende. Chatbot e assistenti virtuali, del resto, non richiedono stipendi. Questo senza contare decine le vertenze già aperte che coinvolgono già 6500 lavoratori, di cui 5 mila già in cassa integrazione.