Contro il ritorno della violenza mafiosa e del racket, «pensare solo alla repressione non basta e rischia anzi di portarci fuori strada. Rendiamoci conto - e lo dico anzitutto alle donne e agli uomini della politica, del governo, a chi ha responsabilità civili ed ecclesiali a qualunque livello - che la vera sfida è sociale e culturale. Tutto questo accade perchè il lavoro manca drammaticamente. Perchè i licenziamenti - pensiamo in questo Festino alla vertenza dei lavoratori ex Almaviva che attendono trepidanti il completamento dell’iter burocratico regionale in vista del loro reimpiego - vanno avanti a una velocità e con una determinazione disumana; perchè la pandemia del pizzo ci stringe e le denunce sono poche; perchè i giovani sono scoraggiati e scelgono di andare via o di rifugiarsi nell’alcol, nella droga, in ciò che li distrugge». Lo ha detto nel suo Discorso alla città l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, presidente di Migrantes, stasera in piazza Marina, nel 402esimo Festino di Santa Rosalia, affermando che «tutto questo accade perchè le dipendenze servono ad apparecchiare il lauto banchetto della mafia, che sfrutta il disorientamento, la frustrazione, la disperazione dei giovani per mangiarci su, con sprezzo totale dell’umanità e senza rispetto per la vita». «Una mafia fanfarona e bambinesca volta ad attirare consenso e per questo disposta alla violenza predatoria e da assalto pur di impadronirsi dei territori, pronta a intimidire, a minacciare, a incentivare lo sporco sommerso della criminalità e della manovalanza. Ma sbaglieremmo se addossassimo ad altri le principali responsabilità. Esse, nella nostra Isola e nelle nostre realtà locali, ricadono anzitutto su una politica che fatica a fare scelte lungimiranti. Quando non si devono addirittura registrare contiguità con ambienti e logiche mafiose. Queste responsabilità ricadono su un’economia dello scarto e dello sfruttamento, basata sulla corruzione e sull'indifferenza. Ricadono su una Chiesa che evidentemente non ha testimoniato in maniera adeguata e luminosa la Buona Notizia del Vangelo, sull'esempio dei nostri santi, da Rosalia a Giacomo Cusmano, e dei martiri della fede, come Pino Puglisi e Rosario Livatino, e della giustizia, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. E la lista sappiamo che sarebbe molto più lunga. Diciamolo senza mezzi termini: non abbiamo amato Palermo, se non l’abbiamo addirittura tradita».«La peste è tornata a Palermo. Ogni anno, durante questo appuntamento, abbiamo riflettuto sui problemi della nostra Città. Ma permettetemi di dire che stasera è diverso. Riemergono vecchie ferite di Palermo ma insieme alle nuove. Sono sotto gli occhi di tutti. E chiunque abbia una responsabilità - io per primo - non può girarsi dall’altra parte. Il nostro omaggio alla Santuzza sarebbe vuoto e insulso se davanti a lei, stasera, non ci impegnassimo tutti per una svolta. Sono ferite mortali per il corpo sociale della città». «Penso al ritorno prepotente e asfissiante del racket. Alla trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene le brave persone. Alla violenza diffusa e senza scrupoli. Alla recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia che ha nella sua stupidità la maggiore pericolosità. Già la mafia è stupida e meschina, a cominciare dai suoi sedicenti vertici, come hanno dimostrato le ultime efficaci operazioni dei carabinieri e delle forze di polizia». «Ora leader senza pietà e senza pudore, avviluppati nel loro narcisismo delirante, possono gioire della morte di altri, possono giustificare la guerra spacciando la conquista per legittima difesa. Oggi succede che nei vertici dei grandi del mondo si ricevono in regalo una pistola dedicata con i nomi e il kit dei proiettili».«La peste più subdola, insidiosa, terribile. Stiamo ricominciando a considerare la guerra come una continuazione della politica. Stiamo tornando a sancire un diritto alla guerra, ovvero un diritto del più forte sul più debole. Le guerre di questi ultimi anni, il linguaggio dei potenti del nostro tempo, il dibattito politico odierno fanno sempre più riferimento alle armi e alla guerra come un dato ineliminabile, necessario».