Il 3 agosto del 1492, quando la Niña, la Pinta e la Santa Maria presero il largo da Palos de la Frontera per raggiungere le Indie, Cristoforo Colombo potrebbe aver pensato, in un moto di entusiasmo e di terrore, alla possibilità che il suo viaggio potesse diventare mirabolante quanto quello di Ulisse nel ritorno verso Itaca.

Colombo, d’altra parte, era mosso da un’idea inedita, che quindi conteneva già in nuce qualcosa di straordinario: si era convinto che, oltre le Azzorre, si estendesse una grande massa continentale, corrispondente alle Indie: la grande Asia, con il Catai (la Cina) e il Cipango (il Giappone) descritti da Marco Polo, e che fosse possibile raggiungerla navigando verso occidente, lungo la rotta di circumnavigazione della Terra.

Un’impresa costosa, ma meno di quanto si potrebbe immaginare. Per allestire la spedizione furono necessari circa due milioni di maravedí: metà della somma fu messa a disposizione dalla corona, mentre l’altra metà venne reperita da Colombo grazie al sostegno del Banco di San Giorgio di Genova e del mercante fiorentino Giannotto Berardi. Rapportata all’economia del tempo, quella cifra era tutt’altro che straordinaria. Una delle imprese destinate a modificare più profondamente la Storia partì con un investimento che, tradotto nel potere d’acquisto odierno, corrisponderebbe a circa 600-700 mila euro.