Toccare l’estremità della terra d’oriente navigando il mare verso occidente», nell’ostinata convinzione di raggiungere le Indie. Questo il miraggio, “la geometrica follia della rotta” de “L’Ammiraglio”, il nuovo romanzo di Giosuè Calaciura (Sellerio editore) in cui si evoca l’impresa di Cristoforo Colombo attraverso gli occhi dell’equipaggio. Marinai costretti con la forza a imbarcarsi verso i pericoli inauditi e sconosciuti del Mare Oceano, senza certezza di ritorno. Anche se non mancano avanzi di galera e avventurieri.La voce narrante è così questo «noi», ora greve, ora sarcastico, ora vibrante di aspettative, ora scettico, disilluso, ora incantato, ora furente, ora scaltro, ora scanzonato, e sempre dotato di un lucido sguardo demistificatore. Un “noi” che guarda dal basso delle proprie oscure esistenze alla scoperta di quel mondo nuovo prima di tutto fantasticato senza controprove dalla mente dell’Ammiraglio appunto, che nell’altisonanza del titolo e nella pretenziosità delle vesti, mescola saggezza, impostura, ambizione, inesauribile curiosità, brama di conquista, audacia e idiozia. È un uomo dotato di una natura insondabile e imprevedibile come l’Oceano stesso, l’Ammiraglio, (capace com’è di nominare tutte le cose nuove simile a un Dio o di abbandonarsi a ire e vendette feroci), ma è anche dotato di un afflato incantatorio: con la sua arte della parola e dell’immaginazione sa conquistare alla sua causa i sovrani di Spagna così come la ciurma sempre più diffidente e inquieta. Ma la parola in lui sa anche farsi con disinvoltura inganno e calcolo, secondo una logica spietata che nel nuovo mondo ben presto rinnova la legge del più forte e delle gerarchie di potere del vecchio mondo. Famelici, i conquistatori cercano l’oro che non c’è, lo pretendono, catturano migliaia di uomini e donne libere, ma anche bambini, per farne schiavi da vendere nei mercati di carne dell’Andalusia, consumano vendette e appetiti carnali, disboscano quella terra vergine di foreste, costringono le popolazioni indigene a difendersi con ferocia o a soccombere. Cosicché la scoperta assume i tratti di un’infezione devastante senza salvezza, che non risparmia niente e nessuno, e di cui l’Ammiraglio e i suoi uomini sono i grandi untori. Se il racconto ha il rigore di una ricostruzione fatta a partire dal diario di bordo e dalle carte del processo a Cristoforo Colombo dell’Inquisitore reale, la narrazione è lussureggiante, primigenia, immaginosa, ma allo stesso tempo ricca di echi letterari, mitici, biblici che rendono l’enormità dell’impresa e l’inaudita vastità del mondo. Ha un talento tutto suo, Calaciura, nel dare forma a una lingua mimetica originaria, che sa farsi respiro del mare Oceano, tempesta, volo di uccelli marini, immobilità nella bonaccia, luce impalpabile, uragano, odore suadente, ma sa anche evocare la salsedine che corrode la pelle, la fragilità del fasciame, la fatica delle manovre, il sudore, la fame nera, così come l’integrità stupefatta del Nuovo mondo dinanzi all’ignoto. E ha un talento tutto suo, Calaciura, anche nel saper condensare il peggior passato coloniale e schiavista che come una ferita purulenta attraversa la Storia, ma lo fa con un tratto onirico evocando la feroce illusione e disillusione che accompagna ogni impresa spropositata e blasfema.