Uscita di casa la sera del 4 luglio per partecipare alla festa di compleanno di un’amica in un villaggio vicino, una bambina di 11 anni è stata sequestrata sottoposta a violenza sessuale da un gruppo di uomini, legata in un sacco e gettata ancora viva in uno stagno da cui è stata recuperata cadavere il mattino dopo dalla famiglia.
Quello verificatosi a Baruipur, nello Stato nord-orientale di West Bengal, in India, è l’ultimo ad apparire sulla stampa locale e sulle agenzie internazionali, esempio particolarmente efferato di una casistica di aggressioni sessuali nel Paese asiatico definibile ormai come «endemica».
Sono le stesse fonti della polizia a segnalare che gli episodi denunciati quotidianamente sono oggi oltre 80, con la certezza ribadita dagli attivisti che sarebbero molti di più ma in tanti casi non sono denunciati per evitare che la vittima, anche quando sopravvissuta, sia sottoposta a ulteriore vergogna o ad accuse infamanti.
Nonostante le pene severe incluse negli ultimi anni nel codice penale indiano, che arrivano fino a quella capitale per casi di stupro di gruppo che si concludono con la morte della vittima, una serie di concause impedisce una riduzione del fenomeno.
Il patriarcato e la misoginia, soprattutto nelle campagne, restano determinanti nel definire la condizione femminile, mentre le autorità di pubblica sicurezza faticano a investigare le segnalazioni perché limitate da organici ridotti e scarsa preparazione specifica.







