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Cristina Dell'Acqua

Un adolescente che ascolta una storia non è passivo: immagina, sente, costruisce immagini interiori. A Porto Venere, un festival per riflettere sul valore dell’ascolto e della condivisione come strumenti capaci di generare benessere individuale e collettivo

C’è un momento, nell’adolescenza, in cui abbiamo la sensazione di avere in casa un estraneo. Non ritroviamo più la persona che ci ha raccontato gioie e delusioni o ha trascorso persino con noi dei fine settimana. Lo stesso vale anche per un insegnante che in classe si trova visi che sfidano, silenziosi e all’apparenza ostili. Sono periodi (lunghi) in cui le parole diventano poche, i silenzi lunghi, le emozioni ingestibili. Anche perché ansia e tristezza non arrivano sempre facendo rumore: spesso si siedono accanto ai ragazzi in camera loro, tra notifiche, aspettative e una sensazione di solitudine incolmabile. Eppure esistono luoghi dove quel peso si alleggerisce. Non perché sparisca magicamente, ma perché cambia forma. Luoghi di bellezza che possiamo provare a condividere insieme a loro.

La bellezza chiama e cura perché interrompe il rumoreCostringe a fermarsi, anche solo per pochi secondi, e in quel tempo sospeso ci riconnette a qualcosa che avevamo smesso di sentire. Un ragazzo davanti a un quadro, dentro un teatro o immerso in una pagina letta ad alta voce non è più soltanto «quello che deve riuscire», «quello ansioso», «quello fragile». Torna a essere una persona che prova stupore, commozione, desiderio, curiosità. La bellezza ricorda agli adolescenti che dentro di loro esiste ancora una parte viva, sensibile, capace di emozionarsi. E soprattutto la bellezza non chiede performance. Non pretende voti, velocità, risultati. Accoglie. Dice silenziosamente: quello che senti ha un posto nel mondo. Per questo può diventare una forma di cura profonda. Non elimina il dolore, ma impedisce che il dolore occupi tutto lo spazio.