Chi progetta un dispositivo indossabile si trova davanti a un bivio scomodo. Le batterie tradizionali danno potenza affidabile ma sono mediamente rigide, pesanti e piene di materiali tossici. I cosiddetti raccoglitori di energia, che catturano elettricità dall’ambiente, sono leggeri e flessibili ma erogano una potenza debole e incostante. Nessuna delle due strade si adatta davvero all’elettronica che portiamo sulla pelle o ai piccoli sensori dell’internet delle cose. Un gruppo di ricercatori della North Carolina State University e della Rice University prova ora a fondere i pregi di entrambe in un unico oggetto: una batteria flessibile e non tossica che, come un raccoglitore di energia, si alimenta con l’umidità dell’aria, erogando però una potenza stabile come una cella vera e propria. Lo studio è consultabile su Science Advances. Il segreto sta nel fatto che la cella viene fabbricata e spedita completamente a secco. Finché resta sigillata nella confezione è inerte, incapace di dare corrente, e proprio per questo non avvia il consueto processo di degradazione, evitando il processo di autoscaricamento che affligge le batterie convenzionali durante lo stoccaggio. Basta esporla all’aria perché assorba il vapore acqueo, generi da sola il proprio elettrolita e cominci a funzionare, anche in climi aridi come quelli del deserto. Le applicazioni vanno dai dispositivi indossabili per il monitoraggio della salute fino ai sensori usa e getta pensati per dissolversi una volta esaurito il loro compito.
Si ricarica con l'umidità dell'aria e si autodistrugge se qualcuno la tocca: la batteria-spia
Un gruppo di ricerca della North Carolina State University ha messo a punto una batteria flessibile che viene spedita a secco e si attiva assorbendo l’umidità …







