C’è un episodio vero all’inizio dell’editoriale di Marco Travaglio di martedì: il fotomontaggio del quotidiano iraniano Hamshahri che ritrae Giorgia Meloni in tuta arancione da Guantanamo, tra i responsabili della morte di Ali Khamenei. È una minaccia reale, grave, ignorata peraltro da tutta l’opposizione di sinistra, che meriterebbe di essere giudicata per quello che è. Ma nel pezzo dura appena un paragrafo: serve solo da innesco emotivo, uno specchietto per le allodole per introdurre il tema vero dell’articolo, che non è l’Iran né Meloni, ma la Russia. E da lì in avanti il pezzo smette di essere un editoriale e diventa, riga dopo riga, un bollettino che ripete quasi punto per punto la narrazione ufficiale del Cremlino.

Il cuore dell’argomentazione è che la Russia sia, da sempre, vittima e mai artefice: vittima dell’espansione Nato, vittima dell’accerchiamento, vittima di un’Ucraina che «stava per entrare nella Nato», vittima di popoli che le evocano «i peggiori ricordi storici». È una costruzione retorica che si sfalda non appena la si confronta con i fatti.

Cominciamo dal punto centrale: l’idea che l’invasione del 2022 sia scattata perché l’Ucraina «stava per entrare nella Nato». Al vertice di Bucarest del 2008 l’Alleanza offrì a Kyjiv solo una vaga aspirazione futura, bloccando esplicitamente il Piano d’Azione per l’Adesione su richiesta di Germania e Francia, proprio per non provocare Mosca. Da quel giorno al febbraio 2022 l’Ucraina non ha mai avuto un percorso di adesione attivo: la domanda formale è arrivata solo dopo l’invasione, nel settembre 2022. Chi scrive che Kyjiv «stava per entrare» nella Nato non descrive un fatto: ripete, quasi testualmente, la giustificazione ufficiale del Cremlino. Recenti dichiarazioni dei vertici del Cremlino hanno raccontato la verità: l’Ucraina è stata invasa per il suo procedere verso l’ingresso nell’Unione europea.