Sotto la regia dell’Unione europea nasce “Team Gaza”, un piano da quasi un miliardo per ricostruire sulle macerie. Ma tra il blocco fiscale imposto da Israele e le manovre geopolitiche degli Stati uniti, l’aiuto europeo, lanciato lunedì 13 luglio a Bruxelles, rischia di rivelarsi un paradosso umanitario.

Co-presieduto dalla neo-commissaria per il Mediterraneo, la croata Dubravka Šuica, e dal Primo Ministro palestinese Mohammad Mustafa, il secondo vertice del Gruppo dei Donatori per la Palestina (Pdg) ha lanciato questo progetto finanziario e di cooperazione coordinato da Commissione Europea, Banca Mondiale e Banca Europea per gli Investimenti (Bei), che ha già messo sul piatto 883,6 milioni di euro – di cui 257 stanziati direttamente da Bruxelles – con il contributo di tredici paesi, tra cui l’Italia.

L’OBIETTIVO dichiarato è ripartire subito con la riabilitazione delle infrastrutture idriche, la gestione dei rifiuti e i servizi pubblici essenziali. «L’avvio della ricostruzione non può attendere che ogni singola questione politica sia risolta», ha dichiarato Šuica. Una dichiarazione pragmatica che, tuttavia, si scontra con la realtà. In base al Protocollo di Parigi del 1994 – l’accordo economico che regola i rapporti doganali tra le parti – Israele riscuote l’Ivae i dazi sulle merci destinate ai Territori Palestinesi per poi stornarli mensilmente all’Anp.