La Corte europea dei diritti umani (Cedu) ha condannato nuovamente l’Italia per il trattamento dei suoi detenuti ritenuto «inumano e degradante». Questa volta è il caso del 28enne Antonio Raddi che il 30 dicembre 2019 morì nel carcere di Torino per un’infezione polmonare, dopo aver perso 25 kg in sette mesi. La Cedu, che ha riscontrato anche una violazione del diritto alla vita, ha smentito le conclusioni tratte dal tribunale di Torino che nel 2023 aveva accolto la richiesta di archiviazione della procura nella convinzione che fosse impossibile ravvisare responsabilità dell’amministrazione penitenziaria, nemmeno dal punto di vista della mancata sorveglianza sanitaria. La Cedu ha invece dato ragione alla famiglia Raddi che ricorda come il giovane lamentasse di non riuscire a mangiare durante la detenzione. Antonio era in carcere da aprile per aver violato le regole dell’affidamento in prova perché, sosteneva di essere «andato in tilt» dopo la morte della fidanzata.
«Ricordo bene quando vidi Antonio per l’ultima volta – è la testimonianza di Monica Gallo, all’epoca garante comunale dei detenuti – era magrissimo, costretto su una sedia a rotelle; mi sembrò addirittura di notare delle macchioline di sangue mescolate alla saliva che aveva alla bocca. E non capii perché non lo ricoverassero». In libertà soffriva di ansia, depressione, e faceva uso di droghe. Il 10 dicembre rifiutò un ricovero, arrivò in ospedale tre giorni dopo ma ormai era in coma. «È la condanna a un intero sistema che ha fallito. C’è un giudice a Strasburgo», commentano gli avvocati Gianluca Vitale e Federico Milano, legali dei familiari. Ieri, la delegazione di Articolo 27 che ha visitato il carcere ha riferito di un istituto sovraffollato e con gravi carenze strutturali. Il sindacato Osapp ha denunciato anche presenza di ratti, cimici e formiche.









