L’amministrazione Trump torna alla vecchia ricetta: potenza militare e massima pressione economica, spiegate senza mediazioni nel Golfo Persico. La Casa bianca non è riuscita a reggere il peso delle critiche ed è ormai percepita come la parte politicamente sconfitta nell’ultimo confronto con la Repubblica Islamica. Più ancora, si è capito qualcosa di più scomodo per Washington: l’amministrazione, nonostante la voce grossa, non controlla il suo alleato israeliano, e per questo non ha potuto far rispettare il primo articolo del memorandum firmato con Teheran, che imponeva il cessate il fuoco e il rilascio del territorio libanese da parte dell’esercito di Tel Aviv. Niente menoc he gli Usa stanno perdendo terreno come garante monopolista della sicurezza dei paesi nel Golfo Persico, fino a ieri loro clienti quasi esclusivi.

LA TREGUA tra Teheran e Washington è morta e sepolta. Una nuova ondata di attacchi reciproci destabilizza il Medio Oriente e scuote i mercati globali: superpetroliere colpite, raid aerei su città costiere, minacce dirette a siti nucleari sensibili. Al centro, lo Stretto di Hormuz, dove il traffico marittimo è crollato drasticamente.

Trump ha impresso una svolta tragicomica istituendo una tariffa del 20% sul valore del carico per ogni nave in transito nello stretto, presentandola come «rimborso» per la protezione militare statunitense. Poi ha fatto marcia indietro, qualificandola come «compensata» da investimenti provenienti dai paesi del Golfo Persico. Washington sosteneva che la riscossione di un eventuale pedaggio fosse contraria alla legalità internazionale. Ora si propone, da quasi 12.000 km di distanza, come nuovo guardiano dello Stretto.