Il colpo di scena si è giocato su un voto di differenza: 188 a 187. Ma quanti deputati del centrodestra si sono schierati con l’opposizione e contro la volontà di Giorgia Meloni, che si è spesa in prima persona per far approvare l’emendamento sulle preferenze (al netto dei capilista) nella nuova legge elettorale? Almeno 30. Vediamo perché.

Le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni – il primo voto in Aula – sono state bocciate con 214 no della maggioranza. Maggioranza che, con gli stessi identici numeri, ha detto no anche al primo voto segreto di un emendamento soppressivo a prima firma Pd. Risultato? All’appello, quando c’è stato il patatrac in seno al centrodestra, sono mancati una trentina di voti, forse qualcosa di più. La conferma, peraltro, arriva da ambienti parlamentari della maggioranza.

Nei capannelli che si riuniscono in Transatlantico a ridosso dell’Aula, i partiti azionisti di governo – off the record – si rimpallano le responsabilità, ma c’è una riflessione che accomuna diverse ricostruzioni: una protesta sotterranea e trasversale delle donne di centrodestra contro la mancata garanzia della parità di genere che potrebbe aver fatto saltare il banco. E, anche in questo caso, i numeri possono dare un indirizzo. A scrutinio segreto il primo subemendamento del centrosinistra che chiedeva che “i candidati capilista” non potessero “essere dello stesso genere in numero superiore al 50% del totale” è stato bocciato con un numero più basso di no: 207 a fronte di 155 sì. Nella ricerca del “colpevole” finiscono anche i vannacciani, che secondo qualche esponente di centrodestra, avrebbero tradito sulle preferenze. Ma il partito di Vannacci ha la risposta pronta: un video girato in Aula a testimonianza del via libera che viene mostrato all’occorrenza in Transatlantico.