Dal quando è stata fondata nel 2018 la società ha raccolto oltre 11 milioni di euro tra investimenti privati e fondi europei. Ora la start up punta a diventare un «medical device» certificato
«Ci siamo resi conto che la vera sfida non era sviluppare l’algoritmo, che diventa velocemente una commodity, ma avere accesso ai dati», racconta Daniele Panfilo a Open. «Molti dei dati che oggi potrebbero alimentare l’intelligenza artificiale sono dati personali e sensibili, e il GDPR ne limita correttamente l’utilizzo». È da questo paradosso che nasce Aindo, startup fondata a Trieste da ricercatori della Sissa, la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, con l’obiettivo di permettere a ospedali, centri di ricerca e aziende farmaceutiche di utilizzare il patrimonio di informazioni raccolte negli anni senza compromettere la privacy dei pazienti. Quell’idea è poi diventata un’azienda che negli anni ha raccolto oltre 11 milioni di euro tra investimenti privati e fondi europei, arrivando a vincere anche l’European innovation council accelerator, uno dei programmi più competitivi dell’Unione europea per le startup innovative.
Dati di pazienti che non esistono
Il principio alla base della tecnologia sviluppata da Aindo è tanto semplice da descrivere quanto complesso da realizzare. Partendo, ad esempio, dai dati di mille pazienti diabetici raccolti da un ospedale, il sistema genera una nuova popolazione composta da pazienti completamente fittizi ma con le stesse caratteristiche statistiche di quella originale. «L’asset non è il singolo dato, ma la statistica della popolazione», sintetizza Panfilo. «Quello che facciamo è estrarre questa statistica e trasferirla in una popolazione artificiale». A differenza dell’anonimizzazione tradizionale, che elimina nomi e identificativi, ma lascia comunque aperta la possibilità di risalire alle persone attraverso l’incrocio di più informazioni, la generazione sintetica rompe definitivamente il collegamento con il paziente reale.







