I migranti provenienti da Paesi non appartenenti all’UE, che vivono e lavorano nell’Unione europea, sembrano avere maggiori difficoltà a trovare un’occupazione stabile e di lungo periodo rispetto ai cittadini nativi dell’UE.

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Gli ultimi dati di Eurostat mostrano che i cittadini di Paesi terzi tra i 20 e i 64 anni, residenti in uno dei 27 Stati membri, negli ultimi dieci anni hanno registrato la quota più alta di contratti a tempo determinato e di lavoro part-time, mentre i nazionali hanno avuto la più bassa.

Gli esperti attribuiscono questo fenomeno a diversi fattori, tra cui ostacoli linguistici, differenze culturali e oneri amministrativi.

"Molti cittadini di Paesi terzi devono affrontare ostacoli aggiuntivi per accedere a lavori stabili e permanenti, tra cui barriere linguistiche, mancato riconoscimento dei titoli di studio, reti professionali più limitate, discriminazioni e restrizioni legate all’immigrazione", ha dichiarato a Europe in Motion Joanna Hofman, direttrice della ricerca e della valutazione su occupazione, welfare e competenze presso la società di analisi di mercato Ipsos.