C'è un esempio che il ricercatore sceglie per spiegare tutto il resto, e non è un caso che sia il nostro. Immaginate un redattore, uno di quelli che apre l'articolo altrui e lo pulisce: corregge l'ortografia, verifica un numero, controlla che la frase respiri e che il lettore arrivi in fondo. Sono gesti che una macchina generativa oggi sa imitare in pochi secondi. Ma quel redattore fa anche un'altra cosa, quella che la macchina fatica a replicare: intuisce che una storia funziona, capisce cosa interessa a chi legge, decide dove guardare prima ancora che la notizia esista.

Geoffrey Sanzenbacher, economista al Center for Retirement Research del Boston College, parte proprio da questa figura per porre una domanda scomoda: da quando esiste ChatGPT, l'esperienza protegge ancora chi lavora, oppure è diventata un peso? La risposta, contenuta in uno studio, è più inquietante di quanto suggerisca la solita retorica sui robot che rubano il posto ai giovani.

Il paradosso dei più esperti

Fino a poco tempo fa la storia sembrava semplice e persino rassicurante. I lavoratori senior nei mestieri della conoscenza (programmatori, analisti, fiscalisti, redattori) tendevano a restare in campo più a lungo dei coetanei impiegati in lavori fisici. Meno fatica sul corpo, più valore accumulato negli anni, carriere che si allungavano naturalmente verso la soglia dei settant'anni.