L'eredità di Berlusconi

Gabriele Elia

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Esistono eredità politiche pesanti perché difficili da raccogliere. E poi esistono eredità straordinarie, che qualunque leader avrebbe desiderato ricevere. Antonio Tajani appartiene a questa seconda categoria. Nessun segretario di partito, nella storia recente, ha ereditato un patrimonio politico così importante: il simbolo con il nome di Silvio Berlusconi, 90milioni di fideiussioni, una rete amministrativa costruita in trent’anni, un elettorato fidelizzato, una classe dirigente diffusa sul territorio e un partito ancora centrale nella coalizione di governo. A questo si aggiunge un curriculum istituzionale di primissimo livello. Per cinque anni Tajani è stato vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri durante una delle stagioni internazionali più complesse degli ultimi decenni: la guerra in Ucraina, la crisi energetica, il Medio Oriente, le tensioni globali. Un’esperienza che avrebbe potuto rappresentare la base per rilanciare Forza Italia. Eppure il partito continua a faticare nel conquistare spazio politico e mediatico.

Il problema non riguarda la serietà istituzionale di Tajani, qualità che gli viene generalmente riconosciuta, ma la capacità di trasformare quella credibilità in leadership politica. La politica non vive soltanto di affidabilità. Vive di iniziativa, di visione, di messaggi capaci di orientare il dibattito pubblico. Negli ultimi mesi il centro della scena è stato occupato da protagonisti molto diversi tra loro. Da una parte Roberto Vannacci, capace di monopolizzare il confronto politico; dall’altra Angelo Bonelli, che con iniziative simboliche come i sassi portati in Parlamento ha ottenuto un’ampia attenzione mediatica. Si possono condividere o contestare quei metodi, ma hanno imposto temi e acceso il dibattito. Forza Italia, invece, appare spesso nella posizione di commentare ciò che fanno gli altri. Anche il rapporto con la satira racconta qualcosa della percezione pubblica. Tajani è ormai presenza ricorrente negli sketch di Maurizio Crozza e del duo Luca e Paolo. La satira accompagna ogni leader importante e fa parte della fisiologia democratica. Ma un conto è essere imitati restando il protagonista della scena, come accadeva spesso a Berlusconi; un altro è rischiare che la caricatura finisca per prevalere sulla narrazione politica.