Una normale domenica mattina dedicata alla visita didattica di Trieste si è trasformata in un'operazione di salvataggio estremo per sei ufficiali e istruttori dell’Accademia militare di Modena. Mentre stavano scendendo dagli autobus per iniziare il tour della città, i militari hanno assistito in diretta alla scena drammatica di un’auto che, per cause ancora da accertare, è precipitata in mare proprio davanti alla storica Piazza Unità d’Italia. All'interno dell'abitacolo, che stava rapidamente affondando, si intravedeva un uomo in stato di incoscienza.
Senza esitare un istante, il capitano Piergiorgio Andreucci, ufficiale del 183º Reggimento paracadutisti “Nembo”, insieme ad altri cinque colleghi, ha deciso di intervenire immediatamente, consapevole che ogni secondo trascorso poteva essere fatale per la vita del conducente. Coordinazione e coraggio tra le onde La dinamica del soccorso è stata rapida e coordinata, frutto della preparazione fisica e mentale dei militari impegnati. Appena giunti in acqua, i sei ufficiali hanno compreso che l'azione solitaria non sarebbe bastata e che servivano la massima collaborazione e velocità di esecuzione per estrarre l'uomo. La situazione appariva estremamente delicata poiché la vettura stava scivolando verso il fondale, ma la fortuna ha voluto che il finestrino dell'auto fosse rimasto aperto. Questo dettaglio ha permesso al team di slacciare la cintura di sicurezza dell'automobilista e di tirarlo fuori dall'abitacolo ormai saturo d'acqua. Una volta riportato in banchina, il personale militare ha immediatamente iniziato le prime manovre di rianimazione, riuscendo a stabilizzare il paziente in attesa dell'arrivo del personale del 118, che ha poi provveduto al trasporto urgente in ospedale per le cure necessarie.Le parole del Capitano: «Essere militari significa essere sempre pronti» Nonostante il clamore suscitato dall'evento e il ringraziamento ufficiale giunto direttamente dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, il capitano Andreucci respinge con umiltà l'etichetta di eroe. Per lui e i suoi commilitoni, l'azione compiuta non è stata altro che il naturale adempimento di un dovere insito nell'uniforme che indossano ogni giorno. L'ufficiale ha sottolineato con forza come il coraggio non vada confuso con l'incoscienza, ma sia piuttosto la consapevolezza del rischio unita alla volontà di agire quando una vita umana dipende dalle proprie scelte.«Abbiamo visto un uomo in pericolo e abbiamo fatto ciò che sentivamo di dover fare. L’uniforme ci insegna anche questo: non restare a guardare. Il senso del dovere non si accende soltanto quando si è formalmente in servizio e non si spegne quando finisce un’attività» ha affermato il capitano. L'episodio ha rappresentato una lezione di vita indimenticabile anche per i giovani allievi dell'Accademia militare presenti sul posto, che hanno assistito in prima persona alla concretezza del valore del sacrificio. La risposta del capitano riguardo alla possibilità di rifare tutto nello stesso identico modo è stata netta e priva di esitazioni, confermando che, di fronte a un'emergenza simile, la scelta di tuffarsi e salvare una vita rimane l'unica priorità possibile per chi ha scelto di servire il Paese.










