Piergiorgio Andreucci, ufficiale paracadutista e istruttore dell’Accademia di Modena, racconta il salvataggio insieme ad altri cinque commilitoni: «L’auto affondava, non potevamo restare a guardare»
Capitano Piergiorgio Andreucci, domenica mattina eravate in visita a Trieste con gli allievi dell’Accademia militare di Modena quando un’auto è precipitata in mare davanti a piazza Unità d’Italia. Che cosa è successo?«Con i nostri allievi stavamo scendendo dagli autobus per iniziare la visita della città. All'improvviso abbiamo visto la vettura finire in mare. Ci siamo subito accorti che all’interno dell’abitacolo c’era un uomo. Sembrava incosciente. Era evidente che si trovasse in grave pericolo e che ogni secondo potesse essere decisivo».
Che cosa avete fatto?«Non c'ho pensato neppure per un istante. Ci siamo scambiati poche parole con gli altri cinque istruttori e uno dopo l'altro ci siamo tuffati e lo abbiamo raggiunto. In quel momento esisteva soltanto una priorità: tirare fuori quell’uomo dall’auto e portarlo in salvo».
Non avete avuto paura?«Quando hai davanti una persona che rischia di morire da un istante all'altro non puoi fermarti a valutare ciò che potrebbe accadere a te. Agisci. Sono un ufficiale paracadutista del 183º Reggimento paracadutisti “Nembo”, ma il rischio non può diventare un motivo per voltarti dall’altra parte».Vi siete tuffati tutti insieme?«Appena ci siamo avvicinati, abbiamo capito che l’azione di una sola persona non sarebbe stata sufficiente. Servivano più braccia, rapidità e collaborazione. Così, uno dopo l’altro, alla fine in acqua eravamo in sei».Quanto è stato difficile soccorrere il conducente?«La situazione era molto delicata. L’auto era in acqua, stava colando a picco, e l’uomo era incosciente. Per fortuna aveva il finestrino aperto. Da lì siamo riusciti a slacciargli la cintura e poi a estrarlo. Il problema era intervenire velocemente, ma anche muoversi insieme e in maniera coordinata. Ognuno ha fatto la propria parte, senza esitazioni».In quali condizioni era quando siete riusciti a riportarlo a riva?«Era ancora in uno stato di coscienza molto limitato. In banchina sono state eseguite le prime manovre per rianimarlo, poi è stato affidato al personale del 118, che lo ha trasportato in ospedale per gli accertamenti e le cure necessarie».Ha avuto modo di parlarvi o di ringraziarvi?«No, non era ancora nelle condizioni di farlo. Ma non aveva alcuna importanza. L’unica cosa che contava era averlo sottratto al pericolo e consegnato vivo ai sanitari».Gli allievi dell’Accademia come hanno reagito davanti al salvataggio?«Sono rimasti sorpresi ed emozionati. Hanno visto accadere davanti ai loro occhi qualcosa che difficilmente potranno dimenticare. Si sono complimentati con noi istruttori».Che cosa spera abbiano imparato?«Che il senso del dovere non si accende soltanto quando si è formalmente in servizio e non si spegne quando finisce un’attività. Essere militari significa essere sempre pronti a servire, ad assumersi una responsabilità e a intervenire quando qualcuno ha bisogno: sempre».È stata anche una lezione di coraggio?«Credo sia stata soprattutto una lezione concreta. Il coraggio non è incoscienza e non significa non vedere il pericolo. Significa capire che esiste un rischio e decidere comunque di fare ciò che è necessario, perché una vita dipende anche da te».Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ringraziato voi militari, parlando della più autentica espressione dell’essere militare. Vi sentite degli eroi?«No. Abbiamo visto un uomo in pericolo e abbiamo fatto ciò che sentivamo di dover fare. L’uniforme ci insegna anche questo: non restare a guardare».Rifarebbe tutto nello stesso modo?«Senza alcun dubbio. In quei momenti non abbiamo avuto bisogno di parlarci o di decidere chi dovesse intervenire. C’era una vita da salvare. E ci siamo tuffati».











