L'amministrazione Trump allo scontro con la Corte penale internazionale (Cpi). Il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato lunedì 13 luglio l'avvio di una campagna diplomatica su larga scala per delegittimare il tribunale dell'Aia, con la possibilità di nuove sanzioni contro i Paesi che continuano a sostenerlo. L'annuncio è arrivato attraverso due canali paralleli: un video pubblicato su X e un editoriale sul Wall Street Journal, in cui Rubio ha parlato dell'obiettivo di far cessare l'attività della Corte, descritta come una minaccia insostenibile alla sovranità statunitense.Secondo il capo della diplomazia americana, la Cpi avrebbe da tempo tradito il proprio mandato originario, quello di organismo di ultima istanza che indaga sulle persone che hanno commesso crimini gravi, come genocidi. Nelle sue parole, il tribunale e i suoi sostenitori conducono ormai una battaglia contro gli Stati Uniti che non passa più per le armi, ma per sentenze e trattati internazionali. "La Cpi e i suoi amici stanno conducendo una guerra contro il nostro Paese, non con proiettili o missili, ma con sentenze, trattati e la forza del cosiddetto diritto internazionale", ha detto Rubio nel video diffuso sui social.A differenza delle misure adottate finora - sanzioni mirate contro singoli funzionari della Corte ritenuti ostili agli interessi americani - la nuova fase dell'offensiva coinvolgerebbe l'intero apparato della corte. L'obiettivo sarebbe spingere altri governi a ritirarsi dallo Statuto di Roma e a interrompere ogni forma di sostegno economico al tribunale. Il Dipartimento ha fatto sapere che non ci sono opzioni diplomatiche escluse dal tavolo, e ha lasciato intendere che i Paesi che continuano ad appoggiarsi alla cooperazione militare o di sicurezza con Washington, pur senza sconfessare la giurisdizione della Corte sui cittadini americani, potrebbero subire un controllo più stringente da parte degli Stati Uniti. Rubio ha infatti parlato di "un controllo più stretto sui Paesi che si rifiutano di respingere la falsa autorità della CPI pur facendo affidamento sull'assistenza americana".Nella stessa nota, il Dipartimento di Stato ha ribadito una posizione che risale in realtà a prima della ratifica dello Statuto della Cpi: nessuna amministrazione americana, di nessun colore politico, ha mai riconosciuto che il tribunale abbia giurisdizione sui cittadini statunitensi.La reazione del mondo dei diritti umani non si è fatta attendere. Kenneth Roth, che per quasi trent'anni ha guidato Human Rights Watch, citato dal Guardian, ha contestato duramente l'impostazione di Rubio, sostenendo che dietro la retorica sulla sovranità nazionale si nasconderebbe in realtà la ricerca di una via libera per compiere crimini di guerra senza doverne rispondere, anche sul territorio di stati che hanno scelto di aderire alla Corte. Secondo Roth, la narrazione del Dipartimento di Stato distorcerebbe il funzionamento reale del tribunale, che non agisce d'iniziativa propria ovunque nel mondo, ma solo nei confronti di crimini commessi entro i confini di Paesi che ne hanno accettato volontariamente la giurisdizione.Resta un punto tecnico: la Cpi, istituita nel 2002 dallo Statuto di Roma, può indagare soltanto sui crimini commessi sul territorio degli stati che hanno ratificato il trattato, appunto. Ma gli Stati Uniti non ne fanno parte, e il tribunale non ha mai aperto un procedimento per fatti avvenuti in suolo americano. E la mossa Usa arriva dopo che l'amministrazione Trump aveva già imposto sanzioni contro alcuni giudici dell'Aia, provocando in quell'occasione la condanna dell'Unione europea.