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Silvia Morosi

Il 19 giugno la Nazionale portava a casa il secondo successo consecutivo ai Mondiali. In un’impresa piena di abilità calcistica, ma offuscata dalla forte ostilità degli altri Paesi. Sul ct Pozzo, che rifiutò la tessera fascista, calò l’oblio

«Gli azzurri italiani sono ancora campioni del mondo. Hanno vinto anche l’ultima battaglia con l’autorità dei grandi atleti, dominando i rivali ungheresi con una superiorità che neppure il più ottimista degli appassionati poteva prevedere». È intriso di tutta la retorica sulla guerra portata avanti dal fascismo — che arrivò a esaltare anche le competizioni atletiche come surrogato del combattimento bellico — il racconto che il Corriere pubblica in prima pagina il 20 giugno 1938, all’indomani della seconda vittoria consecutiva dell’Italia ai Mondiali (giovedì la pagina anastatica in edicola). Il Paese si presentava a quell’appuntamento da campione in carica dopo il successo del 1934: grande favorito, ma inviso a tutti. In un anno buio per l’Europa, che si avviava verso un inevitabile secondo conflitto mondiale, gli azzurri batterono l’Ungheria 4-2 nella finale disputata allo stadio Yves du Manoir di Colombes (Parigi). Con l’aggiunta di tre pali, tanto che — si legge nell’articolo — «un risultato di quattro a uno avrebbe meglio indicato l’effettiva differenza dei valori in campo», mentre gli azzurri avevano anche affrontato «una folla straniera, corretta ma fredda, che avrebbe certamente salutato con gioia una nostra sconfitta, il loro traguardo più alto».