Una relazione, una richiesta e un giudizio. Segni per un destino che riguarda la casa da gioco di Saint-Vincent che da fine maggio è in amministrazione giudiziaria. E oggi ci sarà la prima udienza per capire come il casinò abbia affrontato la propria riorganizzazione dopo la scoperta del riciclaggio e della corruzione. Udienza davanti al tribunale di Torino che si svolgerà oggi alle 11,30 al terzo piano del palazzo di giustizia piemontese nella “stanza 47” della sezione Misure di prevenzione. La relazione, già consegnata a fine giugno al giudice delegato Irene Gallesio, è quella dei due amministratori giudiziari, i commercialisti torinesi Corradino Corradi e Ivano Berardi; la richiesta è dei due legali nominati dalla società Casinò de la Vallée, Maurizio Riverditi, di Torino, e Ascanio Donadio, di Aosta, che già ha fatto parte della task force voluta dall’azienda a dicembre dopo l’emersione dell’inchiesta penale con 30 indagati. E il giudizio sarà quello del tribunale. Gli amministratori giudiziari, che hanno affiancato fino alla scorsa settimana l’amministratore unico Rodolfo Buat, dovevano anche rispondere al quesito su quanto e come l’azienda abbia collaborato. La difesa della casa da gioco presenterà una memoria con la quale cercherà di dimostrare la necessità di rimodulare la misura di prevenzione anche i termini di tempo. L’amministrazione giudiziaria, che ha lo scopo di aiutare l’azienda a individuare e rimuovere le cause del riciclaggio, dovrebbe durare fino a maggio del prossimo anno, in quanto il Tribunale di Torino l’aveva prevista per un anno. Ridurre i mesi di amministrazione giudiziaria non significa però eliminare la presenza, quindi il controllo, da parte dei due commercialisti nominati dai giudici. Anche perché in vista del regolamento europeo antiriciclaggio, come dice Roberto Franzé, presidente del nuovo cda della Casinò, «la presenza di due ipertecnici come loro non può che giovare all’azienda». Il mese e mezzo trascorso sotto tutela è servito a indirizzare un risanamento dell’azienda? Secondo il casinò e i suoi avvocati la vicenda dei cinque milioni riciclati ai tavoli verdi e alle casse della casa da gioco è riconducibile a un comportamento di singoli dipendenti. La loro memoria mira a separare la gestione aziendale dai reati commessi. Sarebbero cioè stati i due dipendenti, prima messi in ferie, poi licenziati a essere «infedeli», cioè a non essersi attenuti alle regole dell’azienda per evitare il riciclaggio. Per poter dimostrare l’estraneità dell’azienda rispetto al riciclaggio di cinque milioni (soldi cambiati in fiches e riconvertite in denaro o assegni senza essere giocate) la difesa sottolinea l’impossibilità di eliminare il rischio del reato e indica come prova quanto accaduto negli ultimi anni. Fino allo scorso anno l’azienda era in concordato preventivo, quindi sotto il controllo sia di un giudice sia di un commissario giudiziale. L’infedeltà coinvolgeva una cassa in particolare la numero 44, poi cambi ai tavoli da gioco, quindi procedure non trasparenti alle casse per riuscire a impedire che il cambio di denaro contante superasse i previsti 5 mila euro. Questo vortice per dare legittimità a denaro proveniente da illeciti soprattutto fiscali, secondo gli inquirenti «avrebbe beneficiato dell’inerzia della società che non ha messo a punto una struttura organizzativa adeguata». Ma per la difesa la società è stata tradita perché gli illeciti non erano frutto delle procedure aziendali, ma le violavano. Come l’inchiesta è emersa con il sequestro dei cinque milioni agli indagati, il casinò ha reagito con i due licenziamenti, controllando le procedure e costituendosi come parte offesa. Poi il decreto di amministrazione giudiziaria. L’azienda ha bloccato la cassa 44, e rinforzato il controllo sui clienti, oltre a rivedere i contratti con i porteurs, cioè con coloro che portano la clientela ai tavoli verdi in cambio di una percentuale del 6% sulla quantità di denaro giocato.