Anche l’ultima volta era domenica pomeriggio, ed era un infarto immaginario. La tizia dell’ambulanza mi aveva detto che secondo lei non stavo morendo (il fatto che stia scrivendo questo articolo costituisce spoiler: non stavo in effetti morendo) ma che per prudenza era meglio andare al pronto soccorso. Dove mi avevano fatto un elettrocardiogramma e poi mollata lì in attesa di qualcuno che mi facesse il prelievo per gli enzimi.
Chiunque sia stato in un pronto soccorso è stato mollato lì, e le ore di attesa mi erano parse fisiologiche, almeno finché non avevo visto un infermiere fare il giro dei derelitti in attesa e dire a un tizio arrivato sfracellato da un incidente di moto «ma cosa sta qui a fare, tanto l’ortopedico non c’è, torni domani».
Gli amici cui avevo scritto d’essere in sala d’attesa del pronto soccorso in quanto mitomane dell’infarto a un certo punto avevano iniziato a scrivermi: non ti cagano finché non finisce Sinner. Era l’8 giugno del 2025.
Ricopio dall’articolo di tredici mesi fa di Gaia Piccardi: «Non è stata una partita di tennis. È stata una vicenda di vita e di morte con momenti ultraterreni animata da un fenomeno italiano e da un prodigio spagnolo […] cinque ore e ventinove minuti di battaglia epocale».







