Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiA volte li becchi. Sono apparizioni fugaci ma commoventi, che stridono e risaltano in un tempo fatto di schermi come questo. Sono nella sala d’attesa di un ospedale milanese, è pieno di gente. Caldo. Molto caldo. A intervalli regolari lo schermo in alto proietta il numero del prossimo paziente da chiamare: sto in piedi accanto ad una colonna (“Si regge da sé”, mi dico come mi dicevano da matricola in collegio, per cui mi scosto) e mi guardo attorno.
La scena è desolante: non importa l’età dei presenti, ma sono solo nuche calate nello schermo del cellulare. Qualcuno telefona ad alta voce: il privato non esiste più, ma ci sentiamo protetti perché abbiamo il telefonino all’orecchio. L’ho visto arrivare quest’oggetto, e fu subito contrassegnato dalla maleducazione cafona nell’esibirlo, all’inizio; maleducazione nell’utilizzarlo, peraltro condito da suonerie standard che alla fine degli anni 90 evolsero in rane pazze, Materazzi ha fatto gol e ridacci la nostra Gioconda al Mondiale del 2006. Poi vennero foto e video scattati a raffica; e da ultimo la piovra smartphone ha assorbito tutto.
Ed ecco che in tutto ciò, mentre mi giro e guardo indietro, lo vedo. Avrà una trentina d’anni, forse meno, e sta leggendo un libro. Ecco la resistenza, quella giusta e sacrosanta, alla volgarità imperante. Legge e vive una vita che non è la sua e la fa sua, assorbe qualcosa che ora non gli serve ma magari domani incontrerà una ragazza e le toccherà l’anima, o convincerà qualcuno a dargli un posto di lavoro. O semplicemente guarderà un tramonto da solo e saprà di non essere solo, insieme a tutti gli autori che ha frequentato e le storie che ha letto. La resistenza è Tommaso da Kempis: In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro: ho cercato pace ovunque e non l’ho trovata se non in un angolo in compagnia di un libro. Anche in questo caldo chiassoso.










