C’è un’immagine, nel trailer del film «Je so' pazzo», diretto da Nicola Prosatore, che da sola vale più di mille comunicati stampa sulla «trasformazione fisica e attoriale» di Massimiliano Caiazzo. È quella di Pino Daniele — o meglio, della sua controfigura cinematografica — ripreso con la bocca piena di friarielli mentre le zie lo informano del concorso all’Alitalia. Prima ancora del contenuto della battuta, è la scelta visiva a essere sintomatica. Serviva davvero l’immagine più stereotipata e riconoscibile della napoletanità da cartolina — il cibo, la bocca piena, il gesto quasi caricaturale — per accompagnare una scena che, nella realtà che ho vissuto, non è mai esistita in quei termini?
Mariasole Pollio è Dorina Giangrande «Che responsabilità per una fan di Daniele interpretare la moglie»Per non parlare dell’immagine del padre di Pino con cui l’artista ha sempre avuto un rapporto particolare che pronuncia la frase: «Chist’è mio figlio... chist’ diventerà il nuovo Elvis», un padre ben lontano da questi discorsi. E poi c’è la frase in sé: «Il tuo disco non vende perché alla gente non piace quello che dici». Lo dico con chiarezza, perché ho il diritto e il dovere di farlo: non l’ho mai detta, né in quella forma né in quella sostanza. Chi ha lavorato con me su «Terra mia» sa che il nostro rapporto con quel disco — e con le sue scarse seimila copie vendute nel primo anno — non passava per giudizi sul «contenuto» delle canzoni di Pino. Era un confronto tra un ragazzo che stava trovando la sua voce e un produttore alla sua prima prova, non un aut-aut da mercato discografico riassunto in una riga. Pino Daniele è stato un musicista che ha portato il dialetto napoletano dentro il blues e il jazz internazionale, che ha ibridato linguaggi restando scomodo e mai bozzettistico. Ridurre il rapporto tra un artista esordiente e il suo produttore a uno scatto da trailer rischia di trasformare la complessità di quegli anni in macchietta. È l’ennesima Napoli-set fotografico: vicoli, gesti, cibo, invece che la realtà — molto più prosaica e molto meno cinematografica — di uno studio di registrazione a Roma, di un disco che vendette poche migliaia di copie e che nessuno, tantomeno io, liquidò mai con un giudizio così sbrigativo. Capisco l'esigenza drammaturgica di condensare anni di lavoro in una battuta da trailer. Ma condensare non significa inventare, e attribuire a un personaggio ispirato a una persona reale — ancora viva, e ancora portatrice di quella memoria — una frase mai pronunciata è una scelta che pesa. Non è solo una libertà autoriale: è una responsabilità verso chi in quella storia c’era davvero, e verso chi oggi la conosce solo attraverso lo schermo, senza mai essere stato contattato dalla produzione per fornire elementi utili a rendere più fedele alla realtà il mio personaggio. È un problema strutturale ricorrente nei biopic musicali italiani recenti: personaggi che parlano per slogan, frasi-manifesto pensate per il montaggio pubblicitario più che per la verità dei fatti e delle persone che li hanno vissuti. «La musica è circolare», recita lo slogan ufficiale del film. Anche questo suona più da frase per la locandina che da idea drammaturgica sviluppata — e il rischio è che la stessa logica da slogan abbia guidato anche la scrittura dei dialoghi. Ma la domanda va oltre la singola scelta di scrittura o fotografia. Nel giro di meno di due anni il pubblico italiano ha già ricevuto «Pino di Francesco Lettieri, il documentario «Pino Daniele - Nero a metà di Marco Spagnoli», prima c’era stato il docu-film «Il tempo resterà» di Giorgio Verdelli, e ora arriva anche questo biopic, «Je so' pazzo, tratto dal libro del figlio Alessandro. Si può ragionevolmente chiedersi se questa non sia ormai una forma di sfruttamento commerciale della memoria più che di reale necessità narrativa: ogni anniversario diventa l’occasione per un nuovo prodotto audiovisivo, ognuno dei quali promette di raccontare «il lato più intimo», «l'uomo dietro il mito», «le luci e le ombre« — le stesse formule, riciclate di comunicato in comunicato. Il rischio è che la sovraesposizione commemorativa finisca per appiattire proprio quello che dovrebbe restituire: la specificità di un artista che non amava le semplificazioni. Se il trailer è già disseminato di scorciatoie — l’immagine-cartolina, la battuta-manifesto, e ora anche una frase che non mi appartiene — è lecito domandarsi se il film che arriverà il 15 ottobre nelle sale saprà davvero aggiungere qualcosa alla comprensione di Pino Daniele, o se si limiterà a confezionare, con maggiore budget e trasformazione fisica dell’attore, l'ennesima agiografia di un'icona che, paradossalmente, proprio per essere davvero raccontata avrebbe bisogno di meno reverenza, meno invenzione, e più rispetto per chi quella storia l'ha vissuta sul serio. Quando sono intervistato o vengo fermato per sapere alcuni aneddoti esclusivi sulla storia di Pino che mi riguarda la mia risposta è sempre la stessa: «Ascoltate la sua musica con attenzione, i suoi testi e cercate di immergervi nel suo straordinario mando artistico... questa è l’unica vera realtà».






