Nei giornali i titoli a chiusura del vertice Nato di Ankara erano pronti: “Al bivio”, “Banco di prova”… Poi, dopo il silente primo giorno, proprio dal vertice un notturno Trump ha lanciato la nuova fase della guerra all’Iran e, insieme, l’appoggio a Netanyahu per “finire il lavoro” dei massacri nel Libano smembrato e piegato.

L’unilateralità violenta del tycoon paga eccome: la guerra a mezzo di guerra è ormai lo strumento internazionale della politica che mette tutti d’accordo gli alleati sul diktat trumpiano di portare le spese «per la difesa» – che il papa (non Lenin) smaschera «per il riarmo» – al 5% del Pil, entro il decisivo 2035. Ci si chiede: ma il “nemico”, la Russia, che sarebbe pronta ora ad attaccare l’Europa e la Nato ma che è bloccata da quattro anni in Donbass, aspetterà quella data per l’attesa invasione del continente?

“BILLION” È LA PAROLA a suggello della nuova fase atlantica, non a caso il vertice si è trasformato nella più imponente fiera degli armamenti della storia. Centinaia e centinaia di miliardi, il valore prodotto da milioni di lavoratori e da altrettanti cittadini contribuenti europei, usati per l’acquisto di armi Usa per fare grande l’America e, parola di Rutte, «salvare centinaia di migliaia di posti di lavoro americani». Con fastidio di Giorgia Meloni già sfegatata ammiratrice del Maga che ora, subalterna, scopre che il sovranismo più potente cancella l’infima grandezza tricolore, tanto che per ricucire con Trump fa partecipare l’Italia al convegno americano contro i “comunisti terroristi Antifa”. Rutte ha pure esaltato la ripresa dei bombardamenti Usa sull’Iran, del resto l’Alleanza si era già messa sulla scia trumpiana decidendo di erogare 140 miliardi per il 2026-2027 all’Ucraina, per la «guerra di difesa» dall’aggressione russa.