Due giorni, 60 Paesi, e un nemico che non prende forma: benvenuti al vertice sul «terrore rosso», condotto da Marco Rubio a Washington per contrastare la «rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra». Una minaccia che l’Europol misura, per il 2024, in 21 episodi in tutta la Ue, quasi tutti incendi contro pannelli solari e furgoni aziendali, zero vittime.
L’Italia ha scelto una formula collaudata: non un ministro, ma un sottosegretario – bandiera issata, voce abbassata. Mentre altre cancellerie europee lo snobbano, Roma presta la propria presenza a un evento che non discute una minaccia, ma all’opposto la certifica. Questo è infatti il punto politico: trasformare una categoria (controversa) di polizia in un fatto diplomatico.
Mesi fa su queste colonne avevo discusso dati che mostrano come la designazione di Antifa come organizzazione terroristica non risponde a un’emergenza di sicurezza, ma a una strategia di criminalizzazione del dissenso. Gli sviluppi giudiziari successivi (caso Kirk) non hanno modificato quel quadro. Oggi il vertice di Rubio introduce un elemento nuovo e più inquietante: mette in scena una diagnosi strumentale in forma di diplomazia multilaterale. Negli ultimi 18 mesi la Casa Bianca ha smontato 66 organizzazioni e trattati internazionali e ha adottato sanzioni (ieri ne ha annunciate altre) contro 11 funzionari della Corte penale internazionale.










