Prima il no che filtrava dalla Farnesina. Poi il sì, maturato su impulso di Giorgia Meloni. La mediazione scelta da Palazzo Chigi - un sottosegretario invece di un ministro - per non lasciare vuota la sedia italiana al vertice di Washington sulla presunta "rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra", senza però esporsi ai massimi livelli, non spegne le polemiche. Anzi. Il cambio di rotta, nei numerosi affondi delle opposizioni, vale più della formula scelta: conferma che, quando c'è da scegliere tra l'Europa e il rapporto con Donald Trump, la premier continua a privilegiare il legame oltreoceano. Una missione "indecorosa", la bolla l'ex ministro dem agli Affari europei Enzo Amendola, facendosi interprete di un campo largo che - almeno su questo fronte - ritrova un bersaglio comune dopo le crepe degli ultimi giorni. E affonda direttamente sulla premier, protagonista - attacca la senatrice del M5s Alessandra Maiorino - di un "tentativo disperato di rientrare nelle grazie del presidente americano, anche a costo di sposare il modello fascistoide''.

Non è soltanto una questione di protocollo. Sul tavolo del convegno targato Marco Rubio c'è una delle ossessioni di Trump: gli antifa, catalogati come una galassia di collettivi e movimenti senza una cabina di regia né una struttura unitaria, sotto cui finiscono realtà molto diverse, dalle proteste anti-Ice ai cortei universitari fino alla sinistra radicale. Lo scorso anno il tycoon, che già durante le proteste di Black Lives Matter nel suo primo mandato aveva fatto degli Antifa uno dei suoi nemici simbolo, li ha bollati con un executive order come "organizzazione terroristica interna". Una definizione che in Europa non trova alcuna equivalenza.