In Etica antispecista. Filosofia degli animal studies (Raffaello Cortina, pp. 193, euro 20) Gianfranco Mormino si propone di fornire «una solida base filosofica» alle istanze del movimento antispecista, inserendosi in un solco di pensiero, fondato sulla «forza del ragionamento logico e del sapere scientifico autentico», inaugurato negli anni ’70-’80 del secolo scorso da filosofi accademici, quali Singer e Regan. Il discorso di Mormino parte dal riconoscimento che, al di là delle differenze individuali e di specie, ogni essere senziente ha interesse a che sia riconosciuto il suo diritto a non provare dolore e a vedere soddisfatti i propri bisogni fondamentali: «Ci sono forse animali che non hanno bisogno di bere? O di mangiare, di respirare e di muoversi?».
IN QUESTO SENSO, tutti gli animali cercano di promuovere condizioni favorevoli al loro benessere e di evitare ciò che invece provoca sofferenza. Questo, ovviamente, vale anche per gli umani, il che fa giustamente affermare che «l’antispecismo etico è una posizione universale oppure non è niente: separarlo dalla lotta di tutti gli sfruttati lo renderebbe una triste caricatura».
La posizione di Mormino si fonda su una ripresa del darwinismo, a cui aggiunge un’ipotesi articolata in quattro mosse: «percezione del dolore, movimento esplorativo, rinvenimento casuale di una soluzione, autolimitazione». In altre parole, in aggiunta al patrimonio genetico e all’apprendimento per imitazione da altri, tutti i senzienti, fin da subito e senza bisogno di postulare ipotetici istinti, intraprendono se esposti al dolore movimenti casuali volti a lenirlo o a farlo scomparire, movimenti che, quando di successo, si imprimono nella memoria e si ripeteranno tutte le volte che si ripresenterà un’analoga condizione di disagio.









