A ogni vigilia del tavolo nazionale sull’automotive, sindacati e addetti ai lavori si chiedono se il governo annuncerà qualche svolta o se sarà il solito elenco di incentivi e critiche alle politiche dell’Ue. L’unica cosa certa è che la situazione del comparto industriale peggiora da tavolo a tavolo. Perlomeno per i lavoratori, avviati in una spirale di cassa integrazione che non sembra avere fine, neanche se il piano promesso dall’amministratore delegato di Stellantis, Antonio Filosa, andasse in porto. La multinazionale presieduta da John Elkann può tirare un sospiro di sollievo grazie all’aumento del 10% delle vetture prodotte. Ma la ripresa non riguarda l’Italia, è frutto, piuttosto, degli investimenti dell’ex gruppo Fiat nel Nord America e negli stabilimenti francesi e spagnoli.

È UN ALTRA CRISI a far temere ulteriori conseguenze sull’industria italiana: quella di Volkswagen. Il ceo della casa automobilistica tedesca, Oliver Blume, ieri ha confermato le indiscrezioni delle scorse settimane che hanno scatenato la protesta dei sindacati: 50 mila esuberi in tutto il mondo e la chiusura degli stabilimenti di Hannover, Zwickau ed Emden e quello Audi di Neckarsulm. Il punto è, come ha ammesso lo stesso ministro per le Imprese e il Made in Italy Adolfo Urso, che la componentistica italiana è legata a doppio filo alla Volkswagen, «esportiamo in Germania quasi 5 miliardi, 3,6 di sole parti meccaniche». L’indotto italiano legato al gruppo vale circa 2 miliardi di euro all’anno e coinvolge 650 fornitori, di conseguenza tra 40 mila e 50 mila posti di lavoro indiretti sono a rischio. Per di più in territori già colpiti dalla crisi dei marchi nazionali come Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna, le cui amministrazioni si trovano ora a valutare le conseguenze per migliaia di aziende.