I tempi saranno brevi perché per il governo il nucleare sostenibile è una priorità. La Road map del Disegno di legge delega, già approvato dalla Camera e ora all’esame del Senato, non andrà infatti oltre la pausa estiva: «Confido che la Commissione in settimana concluda i lavori in maniera da avere la legge delega prima dello stop dei lavori parlamentari: questo ci permetterebbe di rispettare l’impegno di presentare i decreti delegati entro fine anno», conferma il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin aprendo l’incontro organizzato a Napoli dal Mase e da Unioncamere, in collaborazione con Il Mattino, seconda tappa del giro d’Italia in sette città dei «Dialoghi sull’energia nucleare sostenibile» nel ricordo di Enrico Fermi.

Il governo accelera sull’iter della legge ma soprattutto è concentrato sulla più ampia comunicazione possibile della svolta energetica, puntando al dialogo e al confronto ad ogni livello per superare paure, scetticismo e scarsa conoscenza del merito della questione. Sarà molto difficile evitare il referendum, peraltro abrogativo, ma il ministro, rispondendo alle domande del direttore del Mattino, Vincenzo Di Vincenzo, si dice fiducioso: «Chi non vuole l'Italia più povera nel futuro – dice - dovrebbe essere favorevole alla legge delega, anche perché questa legge significa creare le condizioni perché le decisioni vengano assunte fra 5, 6, 7 anni, quindi dai governi che verranno. A meno che la scelta delle opposizioni sia quella di non governare mai più». In effetti, come conferma anche il costituzionalista Giovanni Guzzetta - che ha guidato il pool di esperti da cui è scaturito il testo della legge - riaprire il dibattito sul nucleare in Italia non sembra più un tabù rispetto al passato, soprattutto per l’attenzione mostrata dai giovani all’argomento: «I giovani hanno una posizione molto meno ideologica sul nucleare: sono pragmatici, avvertono le incognite della crisi climatica e non ragionano in termini di etica della convinzione per citare Weber», sottolinea Guzzetta, convinto peraltro che l’impostazione data al testo di legge lo può mettere al riparo anche da possibili cambiamenti nelle future legislazioni. IL NODO COSTI L’urgenza, di sicuro, non ha quasi bisogno di essere spiegata e documentata. Il costo dell’energia, ad esempio: «Eravamo a 15-17 euro al megawattora e oggi siamo a tre volte tanto. Pensando ai calcoli che avevo fatto, e a quando discutevamo se il prezzo dovesse essere fissato a 28 o 30 euro, adesso mi viene da ridere: è scoppiata la guerra e oggi si arriva a 62, poi a 50 euro. È un prezzo insopportabile», spiega Pichetto Fratin. Da sole le rinnovabili non bastano a garantire l’energia di cui il Paese ha bisogno e a ridurre la bolletta di famiglie e imprese: consumiamo 310-315 Terawatt ma ne produciamo solo 260, il resto lo importiamo, prevalentemente, dalla Francia: quasi un paradosso se si considera che i transalpini sul nucleare hanno scommesso da tempo e sono uno dei nostri confini. Dunque, ecco il nucleare sostenibile nel mix energetico dell’immediato futuro, fatto di impianti più sicuri (perché rispetto al “no” del referendum del 2011 la tecnologia si è molto evoluta) e di dimensioni molto più contenute. Il Mase guarda a tecnologie modulari e a una sensibile riduzione dell’impatto ambientale, superando i limiti strutturali che avevano caratterizzato le prime fasi del comparto. Pichetto Fratin sottolinea che le tecnologie sul tavolo «non sono più le centrali di prima e seconda generazione», per le quali peraltro il decommissioning (lo smantellamento finale) prosegue a costi elevatissimi (parliamo di miliardi): il cronoprogramma industriale si articolerà su più fasi successive, perché si partirà con gli «Small modular reactor» (Smr), che presentano il vantaggio di essere «costruiti in fabbrica e poi portati sul luogo di produzione», e si proseguirà poi con gli «Advanced modular reactor» (Amr), con una forte ottimizzazione del ciclo dei materiali. IL DEPOSITO NAZIONALE «Quelle che chiamiamo scorie saranno il combustibile dei reattori di quarta generazione», insiste il ministro, indicando la chiusura del ciclo del combustibile come chiave di volta per la sostenibilità economica e ambientale. Le scadenze? Il traguardo di lungo periodo resta comunque l’energia da fusione, attesa “dopo il 2050”. Ma per gli impianti più piccoli si parla di una decina di anni. In ogni caso, ci sarà spazio per i privati, perché il Ddl non esclude affatto il mercato e - conferma Pichetto Fratin - con meccanismi premiali per chi investe. «I nuovi reattori potranno avere iniziativa pubblica o privata, dobbiamo lasciare le porte aperte», garantendo però un quadro normativo attrattivo per i capitali, e dunque integrando la spesa pubblica con le risorse degli operatori industriali. IL MEZZOGIORNO La sfida, di certo, coinvolge direttamente anche il Mezzogiorno e il Mediterraneo (non a caso, nei fondali del grande mare passano, lungo le coste pugliesi, i tubi della rete di dati più consistente d’Europa): «È un progresso che può portare il Sud del Paese ad assumere una centralità economica rilevantissima. Negli ultimi quattro anni lo Stato è stato impegnato a ribaltare la struttura di rete precedente: prima bisognava capire se i flussi dovessero andare da Nord a Sud, adesso il vero centro di smistamento sta diventando proprio il Meridione. Lo è già per il gas, che arriva in Puglia e in Sicilia dalla Libia e dall’Algeria, e lo è dall’altra parte per il sole e il vento, che producono energia fotovoltaica ed eolica che tuttavia non viene consumata interamente in loco. Questo scenario porterà a una serie di investimenti calibrati sul territorio».