A 87 anni, le porte del carcere di Reggio Emilia si sono chiuse dietro un uomo. Non siamo qui a discutere della gravità del reato – un episodio di violenza sessuale avvenuto nel 2018, per il quale la condanna è finalmente divenuta definitiva – ma della natura stessa di questo epilogo.
C’è qualcosa di profondamente stridente, quasi surreale, nel vedere un uomo di quasi novant’anni varcare la soglia di un istituto penitenziario. E non è solo una questione di pietà umana, ma di efficienza e senso della misura.
Il punto dolente, ancora una volta, è la cronaca dei tempi della giustizia. Tra il momento del fatto, il 2018, e l’esecuzione della pena, sono trascorsi quasi otto anni. Otto anni in cui le condizioni dell’uomo, la sua età, il suo contesto di vita forse sono mutati radicalmente. Quando la giustizia impiega un tempo "biblico" per chiudere i conti, rischia di smarrire il suo significato pedagogico e riabilitativo, trasformandosi in una mera esecuzione burocratica che sembra ignorare la realtà biologica del condannato.
È un caso isolato? Purtroppo no. È cronaca di questi giorni la notizia, giunta dalla Liguria, di un uomo di quasi 99 anni finito nel carcere di Marassi. Un record storico, certo, ma anche un primato di cui faremmo volentieri a meno, perché fotografa un sistema in affanno, incapace di declinare il rigore della legge con l'umanità che ogni età, anche la più estrema, dovrebbe richiedere.









