Il caso di Pietracatella torna a fuoco grazie a una perizia: la quantità di ricina assunta da Antonella Di Ielsi e dalla figlia quindicenne, Sara Di Vita, era talmente elevata che nessun intervento sanitario avrebbe potuto salvarle.
È il nucleo delle 838 pagine della relazione sull'autopsia depositate in Procura, un atto che sposta in modo definitivo il baricentro dell’inchiesta dalle corsie ospedaliere all’ambito domestico, dove la sostanza tossica è stata introdotta di nascosto. I medici legali e i consulenti tossicologici — Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e Daniele Merli — hanno delineato un quadro clinico inequivocabile: l’intossicazione acuta da tossine del ricino è stata così severa, fulminea e devastante da rendere impossibile la sopravvivenza, a prescindere dalle terapie messe in atto.
Il dramma si è consumato in un arco temporale ristretto. L’esposizione, per via orale, è verosimilmente avvenuta tra il 23 e il 24 dicembre 2025; i primi violenti sintomi — febbre, vomito, profondo malessere — sono emersi la mattina di Natale.
La rapidissima precipitazione del quadro clinico, culminata nel decesso di Sara e, poche ore dopo, in quello della madre tra il 27 e il 28 dicembre, aveva inizialmente fatto pensare a una grave tossinfezione alimentare da funghi o botulino.












