Fa uno strano effetto pensare che sia già arrivato il momento di dedicare una retrospettiva a Sofia Coppola. Nell’immaginario collettivo continua a essere la giovane regista che, tra la fine degli anni 90 e i primi Duemila, ha ridefinito un intero immaginario. I corridoi dei licei americani, il grunge vissuto con dolcezza invece che rabbia, le stanze d’albergo, le canzoni degli Air e dei My Bloody Valentine, le Polaroid, i fiori appassiti, i pomeriggi sospesi, persino i Telegatti. Più che inventare un’estetica, Sofia Coppola ha insegnato a un’intera generazione un modo di guardare il mondo. Eppure al Cinema Godard della Fondazione Prada, che questo giugno le ha dedicato una retrospettiva culminata in un lungo Q&A con Paolo Moretti e nella proiezione di Marc by Sofia, il documentario presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2025 e dedicato all’amico di una vita Marc Jacobs, è evidente che un’intera generazione è cresciuta insieme a lei. O forse due. Fondazione Prada, che da oltre vent’anni considera il cinema un luogo di ricerca e sperimentazione artistica, sembra il posto ideale per fermarsi a guardare un’opera nella sua interezza, ai fili invisibili che collegano immagini, personaggi e ossessioni. Questa è la seconda volta che parlo con Sofia di cinema e ispirazione. La prima avevamo finito per parlare del Lago di Como, di vecchi alberghi, di Chanel, di film del passato e di quel lusso un po’ malinconico che attraversa molte delle sue immagini. Stavolta il punto di partenza è un altro. Che cosa succede quando un’intera filmografia viene raccolta in un’unica sala? Come cambia il modo in cui guardiamo ai nostri film quando, nel frattempo, sono cresciuti insieme al loro pubblico?
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