Società

Paolo Crucianelli

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Ogni volta che il Parlamento mette mano alla legge sulla caccia, la scena si ripete identica a sé stessa. Le sigle ambientaliste denunciano la “controriforma” e lo “sparatutto”, le associazioni venatorie parlano di mistificazioni, i tecnici si dividono in due fronti che si scambiano direttive europee e perizie come fossero proiettili. Lo si è visto attorno al ddl di riforma della 157/92 votato in Senato il 23 giugno. È un copione collaudato da trent’anni e ha un unico difetto: la sceneggiatura tecnica nasconde quasi sempre il vero copione. Perché la grande maggioranza di chi si oppone alla caccia non lo fa per ragioni tecniche, ma per ragioni etiche. La copertura tecnica serve a rendere presentabile in sede legislativa una posizione che è ideologica alla radice, e che come tale meriterebbe di essere discussa apertamente. Una volta discussa apertamente, però, mostra una crepa che ne mina la solidità.

La crepa è semplice. Finché in Italia, e in tutto l’Occidente, è perfettamente lecito uccidere un maiale per ricavarne salsicce, prosciutti e cotechini, non esiste un fondamento di principio per vietare a un cacciatore di abbattere un cinghiale per farne il ragù. Né l’una né l’altra attività è indispensabile alla sopravvivenza umana: si vive benissimo anche senza carne, e nessuno è obbligato a mangiarla. Eppure le società che hanno scelto democraticamente di mantenere lecito il consumo di carne animale mantengono al tempo stesso un’industria zootecnica che ogni anno macella centinaia di milioni di capi. Se questa scelta è eticamente accettabile, allora lo è a maggior ragione la caccia, che produce numeri irrisori al confronto e che riguarda animali vissuti in libertà fino al momento dell’abbattimento.