C’è stato un momento, forse c’è ancora, in cui il Mic pensò di porre la tutela sull’archivio de La Perla. Non tanto sui modelli dei corsetti e dei reggiseni, quanto sulle macchine: capolavori di ingegneria irripetibili, perché progettati via via per assecondare le richieste della fondatrice, la celebre Ada Masotti, bustaia bolognese che negli Anni Cinquanta, partendo da un piccolo scrigno di velluto che conteneva le prime collezioni, diede vita all’azienda della lingerie di lusso più famosa del mondo, e anche la più bistrattata. Dopo due anni di vertenze sindacali approdate perfino a Bruxelles e due decenni di continui passaggi di proprietà, conclusi lo scorso dicembre al Mimit con la riassunzione di tutti i 210 dipendenti ne La Perla Atelier, società controllata da Luxury Holding dell’ex ceo di Expedia, Peter Kern, ai vertici è dato per prossimo l’arrivo come amministratore delegato di Alessio Vannetti. Manager molto noto della moda di lusso, con un lungo curriculum partito dalla comunicazione e dal marketing e approdato al brand management che include il gruppo Zegna, Prada, e poi via via Gucci nel dorato decennio della gestione Bizzarri-Michele, Valentino negli anni dell’apogeo di Pierpaolo Piccioli e poi ancora Gucci fino alla fine del 2024 come executive vice president e chief brand officer. In questo ultimo anno il senese Vannetti ha seguito molte iniziative: dal rilancio dell’inserto “Vernissage” del Giornale dell’Arte, oggi un magazine a sé, fino al progetto catalano di occhialeria Etnia Eyewear Culture, fondato nel 2022 (se voleste dare un’occhiata al sito, vi trovereste i segni molto riconoscibili del suo passaggio: foto e testi d’autore, grafica di impatto, attenzione spasmodica alla valorizzazione culturale del prodotto). Dall’azienda bolognese, contattata dal Foglio, non giungono conferme ufficiali, ma l’assunzione della carica da parte di Vannetti dovrebbe essere imminente. Lo attende un lavoro immane. Negli ultimi due decenni, La Perla è diventata il simbolo della mala gestione nazionale del lusso e dei danni che la finanza può creare imponendo i propri tempi a un segmento che, per sua natura, dovrebbe vivere di lentezza e non di massimizzazione dei ricavi a scapito della qualità. Ceduta nel 2008 al fondo di private equity Usa JH Partners, dopo una sfortunata stagione nel prêt-à-porter guidata e promossa da un gruppo editoriale nel primo decennio del Duemila, La Perla ha infatti subito ogni genere di cattiva gestione e noncuranza per i meriti delle molte, abilissime sarte, buona parte delle quali è stata assunta comunque in questi anni da altre aziende, a partire da Dolce&Gabbana. I tentativi di rilancio non si contano, ma senza dubbio perse la sua grande occasione nel 2013 quando, messa all’asta, venne acquistata da Silvio Scaglia, che cercava un rilancio dopo anni nell’ombra per via dell’inchiesta per evasione fiscale. Nella sfida a colpi di rilanci – lo stato guardò solo all’incasso, fu un grande errore – La Perla finì per 69 milioni di euro nelle mani del finanziere invece che in quelle sapientissime di Sandro Veronesi, patron di Calzedonia, e degli israeliani di Delta Galil (pochi lo sanno, ma nei dintorni di Tel Aviv si creano i più bei costumi da bagno del mondo, grazie a una tecnologia molto sviluppata nei tessuti elasticizzati). Vennero salvati 703 lavoratori, per i quali i guai iniziarono quasi subito. L’acquisto della ditta di bustini e costumi da parte di Scaglia era infatti finalizzato al trastullo manageriale della moglie di allora, Julia Haart, la “unortodox wife” di una celebre quanto cafonissima serie Netflix, poi messa anche a capo della storica agenzia di modelle Elite. Finì come doveva finire, cioè malissimo (anche per Scaglia, fu un divorzio lungo e costoso). Sempre più ammaccata, nel 2018 La Perla venne venduta a una società olandese con sede a Londra, Sapinda Holding, di proprietà di un finanziere tedesco, Lars Windhorst, famoso scommettitore su aziende dal futuro incerto con in portafoglio miniere di carbone in Sudafrica; difficile immaginare un destino peggiore. Quando il governo interviene e arriva Kern, nel 2025, ben poco è rimasto del prestigio de La Perla di un tempo, che vestiva di pizzi donne e uomini (ci furono anni in cui la vendita di lingerie femminile ai maschi toccò percentuali vicine al 5 per cento, si andava nella boutique di via Montenapoleone a sbirciare gli acquisti). Per questo, Vannetti dovrà ricostruire partendo dalle macerie. E da una famiglia fondatrice che è ancora presente nel tessuto culturale cittadino grazie alla Fondazione Fashion Research Italy: un polo didattico e archivistico inaugurato nel 2015 con circa 30 mila disegni tessili e 5 mila volumi progettato per preservare il saper fare e l’eredità del Made in Italy. Qualcosa che nessuno, fino a oggi, ha saputo fare per La Perla.
Alessio Vannetti sarà il prossimo ceo di La Perla. Il futuro difficile e un’eredità da proteggere
Dalle macchine progettate da Ada Masotti ai disastri della finanza, la storia della lingerie di lusso cerca un nuovo inizio. L’ex manager di Gucci, Prada e Valentino verso la guida della maison bolognese. La sfida è ricostruire un marchio simbolo






